Filosofia del Cinema

Una sinfonia dei sentimenti

In filosofia del cinema on 26 novembre 2016 at 05:27

Vittoria Pisanò

Il silenzio è il protagonista del film “La banda”, uscito nel 2007 e diretto da Eran Kolirin. Un gruppo di musicisti della polizia di Alessandria d’Egitto viene convocato all’inaugurazione del centro culturale arabo ma per incomprensioni dettate da fraintendimenti comunicativi si ritrovano nell’arido centro di Bet Hatikva. Qui, accettano l’ospitalità della passionale e nostalgica Dina, una donna ambigua che vive in una realtà opprimente e monotona dalla quale deriva la sua tristezza. Un silenzio che parla, un silenzio capace di comunicare più della parola stessa. Ogni personaggio si esprime tramite una perfetta comunicazione non verbale:  Dina è sempre in attesa, come se avesse perduto qualcosa capace di non tornare più. Tewfiq è un tradizionalista accanito che non si smuove dalla sua rigida posizione di colonnello e Haled, lo spavaldo del gruppo, cerca di sedurre le fanciulle con versi di Chet Baker e sguardo misterioso. La difficoltà dello spettatore non consiste soltanto nel cambiare punto di vista per la comprensione di una cultura differente dalla propria, ma anche nel ricercare il senso di una densa riflessione dietro una comicità apparente. Questa stessa comicità rende il messaggio del film chiaro ed esplicito. Infatti, Eran Kolirin ha evidenziato come una comunicazione non verbale, alle volte, possa esprimere  molto di più di un discorso ricco di parole. La dolce melodia che augura la buonanotte ad un bambino, l’imbarazzo di un ragazzo che è alle prime armi con le donne e l’amore non corrisposto di Dina per Tewfiq, sono tutti elementi che rendono il film “La banda” ossequioso e gentile.  La musica non funge da semplice sfondo, ma accompagna il silenzio, facendo da “collante” nell’intera vicenda, le scene sono molto lente, ma in essenza armoniose e il finale degno di nota.

Andrea Negro

La banda, film del 2007, che segna l’esordio cinematografico di Eran Kolirin, è una commedia dai toni agrodolci, tanto semplice quanto profonda, racchiusa in un’atmosfera malinconica e solitaria. I protagonisti della vicenda sono i componenti della banda musicale della polizia di Alessandria d’Egitto, intenti a dirigersi verso la città israeliana di Petah Tivka per un importante concerto. Gli otto musicisti, a causa di alcuni problemi di comunicazione, scendono alla fermata sbagliata del pullman, ritrovandosi catapultati in una città semi-deserta, senza nessuno ad accoglierli. Grazie però all’aiuto della ristoratrice Dina, che i musicisti incontreranno poco dopo il loro arrivo, riusciranno a sistemarsi per la notte, aspettando di ripartire il giorno seguente. Questa notte sarà il contenitore dell’unione simbolica fra due popoli, quello arabo e quello israeliano, che nonostante le diverse culture e gli evidenti pregiudizi, riusciranno ad incontrarsi sotto un linguaggio comune, unificante: la musica.

Per i protagonisti è impossibile esprimersi senza far riferimento al mondo musicale, unico vero collante fra i diversi membri della banda stessa, di cui è emblema Tewfiq, il direttore. La sua rigidità e la sua totale inespressività all’inizio del film appaiono disarmanti allo spettatore, che si ritrova ad assistere ad alcune situazioni che hanno quasi del grottesco. Tewfiq vorrebbe passare una notte anonima, tranquilla, ma questo gli risulterà impossibile, data la volontà di Dina di trovare un ponte di comunicazione tra i due. La musica, sempre presente e sempre cercata nel corso dell’opera, alla fine riuscirà a collegare le due personalità, creerà il ponte che permetterà ai protagonisti di esprimersi e quindi di lasciare un segno indelebile nei cuori degli ospitanti e viceversa.

I lunghi silenzi iniziali saranno così sostituiti dall’incredibile sinfonia dei sentimenti e dalle travolgenti note delle parole, trasportandoci verso l’inevitabile inizio di un nuovo giorno.

L’opera si presenta delicata, senza pretese nel raccontarci velocemente i fatti, con un ritmo lento e armonioso. Sarà proprio tale ritmo che riuscirà a sgretolare pian piano i gusci dei protagonisti, portandoci alla scoperta della loro umanità e sensibilità. La generale atmosfera del film viene abilmente trasmessa attraverso uno stile semplice, essenziale, caratterizzato da inquadrature frontali e piani americani, che allo stesso tempo riescono ad imprimerci quel senso di solitudine che pervade gli otto protagonisti. I silenzi si alternano alle tiepide musiche che abbracciano i vari personaggi, creando un dualismo che sfocerà e diventerà unico nell’esibizione finale che chiuderà il film.

 

 

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