Filosofia del Cinema

La Banda: un’empatica visione

In filosofia del cinema on 25 novembre 2016 at 15:22

imgresDeborah Saponaro

“La Banda”- (dal titolo originale: Biruk Ha-Tizmoret), è il titolo del film diretto e scritto da Eran Kolirin nel 2007.

Il film racconta la vicenda dei componenti della banda musicale della Polizia di Alessandria D’Egitto, che invitati all’inaugurazione di un centro culturale arabo partono per Israele.

Arrivati all’aeroporto di Tel Aviv, si accorgono di non essere attesi da nessuno.

Il direttore della banda Tewfiq, dall’atteggiamento composto e serio, non vuole chiedere aiuto all’ambasciata, a differenza di Khaled, un altro componente giovane della stessa banda, che inizia a ricercare informazioni, seppur distratto dalle belle ragazze, finendo così con il fornire al gruppo indicazioni errate.

Scesi dal pullman, i musicisti si rendono conto di essere giunti in un paesino sperduto nel mezzo del deserto e si trovano costretti ad accettare l’accoglienza della ristoratrice Dina. Presi dall’imbarazzo, sembrano scarse le possibilità di comunicazione, ma durante l’arco della serata, la musica, apre la strada al dialogo.

Grazie agli eventi, i personaggi del film di Kolirin, inconsapevolmente percorrono un cammino interiore, che accarezza la loro anima e riesce a far riemergere le loro speranze verso la riscoperta del loro autentico modo d’essere. La storia è raccontata attraverso riprese “macchiate” da tristezza e malinconia, smorsate da momenti di ironia, introdotti per camuffare le situazioni d’imbarazzo; il ritmo è lento. La modalità di comunicazione usata dai protagonisti è spesso di carattere non verbale, colmata da dolci sguardi ed espressioni essenziali. Gli scambi comunicativi sono al limite del necessario e sostanzialmente mirate, ciò infatti arricchisce il senso stesso del lungometraggio. La scelta di questa ardua procedura comunicativa è da me condivisa a pieno perché ha reso il film nel suo insieme ben equilibrato, di gradevole ed empatica visione.

Asia Mariano

Una commedia che, sebbene interamente pervasa da un’atmosfera malinconica e fredda, lascia spazio ad un sottile umorismo che fa nascere nello spettatore un’immediata necessità di comprendere la storia e curiosità di scoprire cosa le vicende iniziali , apparentemente sconnesse fra loro, nascondano.

“La banda” è la storia del colonnello Tewfiq, capo dell’orchestra della polizia egiziana di Alessandria e dei suoi compagni che, a causa di un equivoco o forse di un vero e proprio scherzo del destino, si smarriscono in una minuscola e sperduta cittadina nel bel mezzo del deserto israeliano, di nome Bet Hatikva. La bella israeliana Dina, proprietaria di un piccolo ristorante che dopo qualche titubanza iniziale decide di aiutare il gruppo, incarna un’immagine insolita rispetto a quella convenzionale idea che il mondo occidentale ha di Israele. Rappresenta infatti un popolo aperto alle culture differenti, come in questo caso quella araba, ospitale e stranamente vitale nonostante sia inserito in un ambiente che anche solo esteticamente appare arido e ostile alla vitalità e al divertimento.

Tuttavia, il contatto fra questi due mondi, trovatisi a comunicare con l’universale linguaggio dell’amore, permette ai personaggi un viaggio interiore alla riscoperta di se stessi e li mette faccia a faccia con i mostri del loro passato che seppur inconsciamente, hanno tanto segnato le loro vite. Questo permette loro non solo una maggiore consapevolezza di sé e dei propri limiti, ma anche e soprattutto una maggiore apertura verso l’esterno, persa probabilmente da molto tempo e che ha li ha portati a una cristallizzazione delle proprie emozioni e sentimenti. Quando giunge il momento dei saluti è evidente il cambiamento dell’attitudine del gruppo, all’arrivo molto più spento e perso, ma ancora di più del suo colonnello. Negli sguardi dei protagonisti si legge la consapevolezza di essere stati in qualche modo arricchiti da quest’esperienza, silenziosa, semplice, che però ha significato così tanto e di aver annullato in così poco, le distanze dei due paesi avversi. Un film che stimola la riflessione sull’apertura di ognuno di noi verso l’altro, un evento che, se attuato da tutti, potrebbe costituire un vero motivo di miglioramento per l’umanità.

Elisabetta Garibaldi

Ci troviamo in un mondo in cui sembra facile e naturale poter comunicare tra simili eppure non lo è; sono infiniti gli strumenti con i quali ognuno potrebbe esprimere ciò che vorrebbe comunicare: il dialogo, le urla, i gesti, la tecnologia … questi, però, forse non bastano. Il film di Eran Kolirin, La Banda, sottolinea l’importanza della comunicazione ai fini della propria sopravvivenza ma sottolinea anche come questa possa essere la chiave di lettura per quei silenzi così rumorosi che si instaurano tra individui che non riescono a comprendersi. Il regista, infatti, compone il suo film con scene che ritraggono varie vicende della vita dei componenti di una banda che è chiamata ad esibirsi in una città diversa da quella prevista. Nel film parlano le immagini, che riescono a comunicare attraverso gli atteggiamenti degli attori: lo sguardo spento e malinconico del capo banda, Tewfiq, l’atteggiarsi sensuale e provocante di Dina, la donna che cerca di conquistare quest’ultimo, la spavalderia del più giovane dei componenti della banda e l’opposta timidezza di alcuni suoi coetanei, le lacrime e i silenzi degli altri personaggi.

Un film che tocca sensibilmente un argomento che tralasciamo o forse preferiamo tralasciare. Siamo circondati da un baccano di parole che si svuotano del proprio significato dinnanzi a sentimenti che non riusciamo a spiegare. Cosi il baccano si riduce a puro silenzio e questo ci isola dal resto degli individui o forse ci avvicina ancora di più. Spogliati dalle parole, spogliati dalle convenzioni, dalle religioni, dalle culture, dalla geografia ci troviamo d’avanti qualcuno così simile a noi, qualcuno che riesce a decifrare i nostri silenzi attraverso il linguaggio del corpo: così non hanno più importanza le parole ma contano gli sguardi.

Anna De Lauro

Sullo sfondo di un paesino solitario, hanno luogo le vicende di una banda musicale di poliziotti, partiti da Alessandria d’Egitto per un concerto in Israele, in un centro culturale arabo.

La banda si ritrova all’aeroporto senza nessuno ad attenderla, così il più giovane di loro chiede informazioni. Prendono l’autobus, ma a causa di un malinteso scendono alla fermata sbagliata, in un paese sperduto e desolato. Non potendo riprendere il viaggio prima della mattina seguente, la ristoratrice Dina e i suoi compagni offrono loro ospitalità. La banda si divide e da questo momento prendono vita tre diverse storie principali, sebbene siano tre storie diverse, esse hanno in comune una tematica centrale: l’incomunicabilità.

Il regista Eran Kolirin mette in evidenza ciò che ognuno di noi quotidianamente affronta, ma che spesso passa inosservata: la comunicazione non verbale. Essa costituisce la maggior parte delle nostre relazioni con gli altri, ma è spesso causa di conflitti e fraintendimenti, per la sua difficoltà di interpretazione. Il film è dunque una sfida allo spettatore, una sfida a chi comprende meglio. Molti dialoghi, per l’appunto, rimangono appositamente in lingua originale, le poche battute sono brevi e molti silenzi rimangono incolmati, per focalizzare l’attenzione sui gesti, sulle distanze tre gli interlocutori e sopratutto sulle loro espressioni.

In questo stato di calma apparente, creato dall’interpretazione eccellente degli attori, emergono i ricordi, le sensazioni e i turbamenti dei personaggi, elementi che, comunicati a parole, non avrebbero avuto giustizia. Una storia in particolare, rende l’idea di ciò che il film vuole trasmettere: uno dei musicisti non riesce a completare il concerto che sta componendo e, dopo averlo ascoltato, l’amico che lo ospita, facendolo riflettere, gli fa capire che l’opera è bella così com’è. A volte non c’è necessità di grandi finali, di trionfi e tanti rumori, spesso basta lasciare che tutto arrivi agli altri così come viene, nella bellezza della semplicità, per arrivare a chi davvero vuole capire, senza troppe parole.

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