Filosofia del Cinema

La banda: un film a lento rilascio

In filosofia del cinema on 25 novembre 2016 at 16:12

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Isaia De Rinaldis

Inquadrature sofferte, espressioni dai bassi toni, paesaggi desolati. Ci si sente perduti, dai primi dieci minuti. Ci si sente soli, accompagnati da una sconvolgente incomprensione di fondo. Spaesati dalle molteplici lingue e dall’ unico e incerto messaggio che lo spettatore può comprendere in gran parti delle scene: quello dei segni, mimico ed empatico. Solitudine che emerge e orchestra la scena. Dinnansi a strade, piazze, borghi. Vuoti. Dove vi è la traccia dell’ uomo, ma non l’ umano. Dove è presente la sua forza plasmante, ma non lui.

Dove ci sono lampioni, strade, marciapiedi. Ma non circolano macchine né pedoni, né corrono bambini, né si odono voci o rumori. Che sia giorno o che sia notte. È questa la cornice di contorno all’ opera Koliriniana, che vede la banda musicale della polizia di Alessandria d’ Egitto spaesata in un paesino israeliano, in attesa del sorgere del sole, ospitati dalla proprietaria dell’ unico ristorante del posto, per una notte, per poter l’ indomani raggiungere Petah Tikva e far ruggire l’ orchestra. Tutti coloro che vedranno il film attenderanno una risposta che sembra non arrivare, e che forse mai totalmente arriverà. Così come la figura del ragazzo che trascorre le notti al fianco di una cabina telefonica, aspettando la chiamata dell’ amata.

Così come l’ uomo che la riceve e gioisce. Ma questa volta, lo spettatore non gioirà. Rilevante è il tema della scelta che accompagna tutto il film. La scelta di non consumare un rapporto, la scelta di non essere ancora pronti a dimenticare, quella dell’ attesa che logora, quella di ricordare, quella di non rivivere. La scelta di restare svegli la notte a pensare, rinunciando a una gioia per una sottile tenerezza. E quella, di farsi trasportare dal suono d’ un’ orchestra dirompendo un canto sereno e liberatorio. Potendo così gioire.

Mario Santino

Nel discorso parlato, non è mai semplice né scontato riuscire ad esprimersi.

È questa, se vogliamo, una delle tante problematicità del mondo contemporaneo: differenti stili di vita, condotti da persone sempre più “atrofizzate” da essi nell’uso della parola, sanciscono una nuova necessità: qualcun altro che parli al posto nostro, perché noi non più capaci di comunicare. Trovare punti di incontro e mediazione con altre storie di vita attraverso la parola, non è mai stata cosa semplice, siamo d’accordo; tuttavia, è come se talvolta vi fosse qualcuno che non volesse più provarci, qualcuno che sempre più spesso relegasse, a qualcosa di esterno, il compito di farsi portavoce dei suoi, e di nessun altro, sentimenti ed emozioni. È un po’ questa, all’interno del film “La Banda” (2007), del regista Eran Kolirin, la funzione della quale è investita l’arte, la musica nello specifico: superare le difficoltà legate all’uso della parola.

Qui, è narrata la vicenda di un complesso musicale egiziano formato da otto strumentisti, giunto per errore in un Medio Oriente poco caldo, poco assolato, ricco invece di colori freddi (come le divise dei musicisti a esempio) nel quale i personaggi trascorreranno la notte. Ecco che su una lenta melodia orientale, è adagiata una lentissima trama composta da silenzi ed incomprensioni; trama che indaga sulla drammatica difficoltà, da parte dei personaggi, di esternare i propri sentimenti attraverso il dialogo e che invece identifica la musica come unico alfabeto capace di esprimere gli stessi, unendo i personaggi in brevi parentesi. È la parola ciò di cui si sente la mancanza, guardando il film; nel contesto desolato, empio e scarno fino all’osso di un sobborgo israeliano silenzioso ed immobile, si arriva chiaramente ad avvertirne l’esigenza. Tutto ciò in film che si guadagna abilmente l’attenzione dei suoi spettatori, grazie al sottile umorismo scaturito in seno all’atmosfera surreale nella quale è intriso, ma che tuttavia è tutt’altro che privo di spunti di riflessione (primo tra tutti il valore dell’arte come amica e nemica della comunicazione).

Così, “La Banda” risulta capace di rimanere nelle coscienze anche al termine della visione; divenendo quindi quello che potremo definire essenzialmente come un film “a lento rilascio”.

María Canelas Ordax

La película nos pone en escena a una banda de músicas egipcios que por un error acaban en un pueblo aislado de Israel.

Eran Kolirin, lejos de adentrarse en las diferencias que separan a ambas civilizaciones, opta por mostrarnos las semejanzas que las unen. E aquí  la pieza fundamental de esta película, como elemento de comunicación entre culturas: La música. Así, casi todas las situaciones comunicativas que tienen lugar en el trascurso de la trama, están suscitados de una manera u otra por ella.

La música. Ese lenguaje que no entiende de razas, ni de discrepancias por motivos cualesquiera. Ese que acorta las distancias. Que corta los lazos, rompe las barreras y une los corazones.

La música, el lenguaje del alma. El idioma universal entre culturas.

Un claro ejemplo lo vemos al principio de la película: Es el momento de la cena y todos están reunidos. Uno de ellos empieza a cantar y poco a poco los demás le van siguiendo, hasta acabar todos juntos cantando. Cuando entonan la melodía, dejan de importar las diferencias.

Todos compartimos algo y es que, independientemente del lugar donde hayamos nacido, somos personas con un hueco en nuestro interior que se conmociona con ella.

Además de lo citado anteriormente, la película también nos está haciendo ver la importancia del uso del lenguaje no verbal. Una escena que merece la pena destacar al respecto es la de la pista de patinaje. Cómo uno de los miembros de la banda quiere ayudar a otro a ‘’cortejar’’ a una chica, y valiéndose solo de la comunicación corporal le trasmite exactamente lo que necesita.

En líneas generales, ‘’La banda’’ nos muestra que, a pesar de que la diferencia de idioma supone una barrera comunicativa bastante grande, existen otras muchas formas de expresarse y de hacerse entender. Nos enseña que, dentro de la comunicación, el lenguaje verbal es solo una pequeñísima parte: No nos podemos olvidar de los gestos, las miradas, el habla corporal, la mímica…Incluso la música.

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