Filosofia del Cinema

Una normalità demoniaca

In filosofia del cinema on 18 novembre 2016 at 17:33

giovanna-darco

Sarah Fanigliulo

“Procès de Jeanne d’Arc”1962, diretto da Robert Bresson, è la storia della famigerata Pulzella di Francia, che da mesi e mesi, detenuta nelle carceri di Rouen, attende il giudizio finale a ritmo di scostanti battenti di tamburo, che sillabano il tempo e corrompono i nostri animi con affanno e inquietudine. Il processo si dispiega nella peculiarità dei dialoghi, e mette da parte fantasiose scelte scenografiche, palesando la realtà nella sua più cruda natura. Giovanna sfoggia occhi inviolabili, quasi a suggerire un profondo divario tra la santità dei suoi ideali e la grigia irremovibilità ecclesiastica; tale scelta pone l’osservatore distante dallo spirito di istigazione in difesa della protagonista, rendendolo un personaggio di comparsa che seppur in contrasto con il giudizio finale, assiste inerme al rogo di un’innocente. Giovanna D’arco è l’avvocato di se stessa, non appare toccata dall’ambiente claustrofobico della sua cella, tanto è forte la fede che la pervade, ma un’eroina per essere tale non può concludersi in un ideale perfezione: anche lei ha paura della morte, e lo dimostra quando ad un passo dalla condanna rinnega se stessa per il compiacimento dei suoi accusatori; inciampa nell’umano spavento, ma si rialza giusto in tempo per assumersi nuovamente e con più tenacia, la responsabilità del proprio destino. Le catene non la rendono una prigioniera, la libertà di cui fa vanto non appartiene al suolo terreno: le voci che fanno di lei “un’eretica recidiva e demoniaca” sono quelle delle sante Margherita e Caterina, per cui non nasconde profonda delusione, la promessa libertà infatti vola via assieme alle ceneri del suo rogo, dinanzi alla santimonia di chi forte della propria tunica, non seppe distinguere la verità, dal fumo di puritane convinzioni. Il film da voce ad una sottile provocazione, invitando a misurarsi con le scelte della Santa: rassegnati spettatori o condannati battaglieri, voi da che parte state?

Carla Imbriani

Ci troviamo all’interno del tribunale ecclesiastico di Rouen, in Francia, nel quale si tiene il famoso processo a Giovanna D’Arco nel 1431. La diciannovenne d’Orleans era stata accusata di stregoneria, eresia e di atti illeciti, per aver indossato abiti maschili. Robert Bresson riesce a riprodurre l’atmosfera concitata del processo, durato molti mesi. Giovanna doveva difendersi da sola, e lo riesce a fare in modo pacato nonostante le continue interruzioni da parte degli ecclesiastici e nonostante il fatto che durante la verbalizzazione del processo venivano omesse tutte le parti che potevano essere a lei favorevoli. Chiunque guardi il film non può fare a meno di schierarsi dalla parte di Giovanna, poiché lei riesce a non crollare davanti a tutte le torture psicologiche alle quali veniva sottoposta, riesce a non alterarsi davanti a tutte le ingiustizie e riesce a non arrendersi nonostante nessuno credesse in lei. Questa forza le veniva trasmessa dalle Sante Caterina e Margherita che solo lei può vedere e può sentire, ma che le dicono di non rinnegare le sue posizioni poiché Dio la salverà. Grazie a questa certezza, lei risponde alle domande degli inquisitori anche quando il processo diventa ‘’a porte chiuse’’ quindi più incisivo, riservandosi anche il diritto di dire alle domande a cui non voleva rispondere ‘’ mi rimetto in tutto a Nostro Signore’’. Tutto questo non vuol dire che lei non avesse paura, anzi era terrorizzata e questo si vede dal suo volto costantemente teso, dalla rigidità dei suoi movimenti e del suo tono di voce, e dal fatto che prima della pronuncia dell’effettiva condanna, lei abiurò. Ma ritornò ben presto sui suoi passi che la condussero inevitabilmente su quel rogo che la vide bruciare in nome di convinzioni per quel tempo inaccettabili.

Elisabetta Garibaldi

Il film di Robert Bresson del 1962, Giovanna D’Arco, descrive dettagliatamente le fasi graduali del processo che ha dovuto affrontare una giovane donna diciannovenne per le colpe di stregoneria a lei attribuite. I dialoghi presentati nel film sono li stessi che si sono verificati secoli prima in quel luogo che ha visto “la pulzella” (nome con il quale veniva definita Giovanna) lottare per la propria innocenza. La visione del film proietta lo spettatore nell’ambiente angusto in cui si trovava la ragazza con alcune sottigliezze esplicite che evidenziano lo squallore etico dei giudici; tuttavia, di fronte ad un tale affronto morale, Giovanna non smette mai di conservare il suo decoro e la sua dignità, vince il fuoco con coraggio dirompente ed incarna uno dei più alti esempi di vigore etico tutt’ora vigente. La figura di quest’eroina, infatti, continua a vivere vividamente nella mente di coloro i quali assistono alla visione del film: questo, infatti, penetra fortemente in ogni poro della pelle facendone rabbrividire le interiora. Per tale ragione, credo che il film scaturisca una profonda sensibilità nello spettatore e lo conduca a riflettere su quelle ingiustizie esercitate dalla “giustizia” secoli fa, ingiustizie che ancora oggi trovano spazio nella nostra società. Una società che vede assolto, dinnanzi agi propri occhi, coloro i quali meriterebbero una giusta condanna e vede invece puniti coloro i quali risultano essere innocenti. Allora dovremmo chiederci: quale sarebbe la condizione ideale affinché si verifichi il contrario? Forse basterebbe un briciolo di diligenza in più in coloro i quali esercitano la Giustizia oppure dovrebbe esserci più impegno da parte del popolo nel far valere i propri diritti e nel difendere fermamente questi?

Anna De Lauro

Cento anni durò il conflitto dinastico, che impegnò l’Inghilterra e la Francia tra il 1337 e il 1453. Racconta la storia, che la bramata vittoria fu dei francesi, guidati da una donna: Giovanna D’Arco.

Lei, che più meritava riverenza, fu tradita dai conterranei che aveva sostenuto in battaglia e fu venduta agli inglesi; questi ultimi, non dimenticando il torto subito, l’accusarono di eresia e la sottoposero a processo, poiché ella dichiarava di sentire le voci di San Michele, Santa Caterina e Santa Margherita, le stesse che l’avevano incitata a prendere le redini dell’esercito e di condurlo alla vittoria.

Proprio questo processo viene portato in scena dal regista Robert Bresson, il quale, non si cura di mostrare le gesta eroiche della “Pulzella d’Orleans”, ma solo, e non a caso, la sua disfatta. Egli cerca di focalizzare l’attenzione dell’osservatore sull’aspetto contenutistico del film, tralasciando il suo valore prettamente intrettenitivo. Infatti, è facile intuire che il vero protagonista del film è il dialogo.

Le parole, più che le immagini, ci mostrano la forza della devozione da un lato e l’empietà umana dall’altro, in un’astuta inversione dei ruoli, che vede l’innocenza nel condannato e e l’ingiustizia nel giustiziere. Giovanna D’Arco è una donna che si difende, che dimostra di combattere non solo con le spade, ma anche con la parola, l’arma più forte di cui il suo Dio potesse farle dono, per proteggere la sua umana dignità.

Quello di Giovanna D’Arco appare al pensiero comune come uno dei processi più ingiusti mai accaduti: il tradimento della patria per la quale ha combattuto, una Chiesa che la uccide in nome di Dio, lo stesso Dio che aveva promesso di salvarla. Un amore puro che le costa la vita. Tutto questo si riduce a una sola parola: ingiustizia. Bresson, però, ci apre a una nuova prospettiva, ci permette di comprendere una realtà fondamentale: la giustizia non la fanno gli uomini, ma il tempo e la sua storia, che di Giovanna si ricorda, ma non del nome di chi le appiccò il fuoco.

 

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