Filosofia del Cinema

Un processo contrario alla dignità umana

In filosofia del cinema on 18 novembre 2016 at 17:10

Lucia Totaro Aprile

La trama del film di Bresson è incentrata unicamente sullo svolgimento del processo, che vide come accusata, in quanto colpevole di eresia e di stregoneria, una giovanissima donna, di umili origini ed analfabeta, le cui gesta sono narrate nei libri di storia: Giovanna D’Arco. Notissima la sua impresa, raccontata anche ai più giovani studenti, celebre per le conseguenze politiche apportate in Francia, allorché la fanciulla ispirata da Dio, convinse il re, Calo VII, a riconquistare le città ed i territori occupati dagli inglesi  invasori. Siamo nella prima metà del XV secolo. Ma, Giovanna D’Arco, eroina nazionale francese, nata nel 1412 e morta a Rouen nel 1431, nota come la Pulzella D’Orleans, venerata dalla Chiesa in quanto proclamata santa nel 1920, conobbe il martirio. Tradita e venduta da coloro per i quali aveva impugnato le armi, subì un estenuante processo, le cui fasi sono descritte, con rigore documentario, apprezzabile da parte di chi intendesse accostarsi, con metro storico, alla umana vicenda di una giovanissima donna, straordinaria per la propria fede ed il proprio coraggio. Non si odono gli strepiti delle battaglie,  non si coglie lo scintillio delle armi. L’ansimare dei soldati, con i loro destrieri è solo un retaggio. Il clamore suscitato come condottiera dell’esercito francese è evanescente. Lontani sono i suoi attendenti ed ufficiali. Lontane, altresì, le acclamazioni. Evocativa di una profonda solitudine, in cui è lasciata la nostra eroina, è una voce, che annuncia, ripetutamente, “morte alla “strega”, durante l’ingresso di Giovanna nella sala del castello, ove è rinchiusa, sala che funge da sede del consesso di giudici. Fin dalle prime scene del film, che ricostruiscono un’atmosfera piatta, priva di orpelli, avulsa da suggestioni emotive, se non quelle strettamente inerenti la condizione della protagonista, si scandiscono i ritmi del processo farsa. Domande dirette, poste con l’unico scopo di far cadere in contraddizione l’interroganda . infatti, assistiamo ad un vero e proprio interrogatorio, condotto, diremmo oggi, con metodo inquisitorio, in assenza di garanzie per l’imputato, gravemente violativo del diritto di difesa. Tale aspetto verrà successivamente messo in rilievo da uno dei giudici, che compongono il tribunale giudicante, quale motivo gravemente inficiante il processo stesso, tanto da costringere lo stesso giudicante ad abbandonare l’aula. Non è necessario essere esperti di diritto, per ritenere un processo di tal fatta contrario ad ogni principio che invochi rispetto per la dignità umana. Come non può trascurarsi che unico scopo di un processo condotto secondo tali modalità non può che essere l’ottenimento di una condanna dell’imputato, che appare braccato e stretto in catene, anche quando è libero da esse. La condanna è preannunciata dalle prime domande che sono poste, ma che in realtà sono il seguito di altri interrogatori cui lo spettatore non ha assistito. Viene chiesto a Giovanna se ha veduto delle fate, ma elle riferisce di non averle mai viste. Le viene chiesto come sono le apparizioni riguardanti i Santi Michele, Caterina e Margherita, ai quali rivolge ogni sua prece e che, ella riferisce, continuano ad apparirle durante la prigionia, con bagliori di luce, udendone perfino le voci. Sorprende l’atteggiamento apparente incrollabile di una donna, che, con elmo e corazza, si è posta alla guida di un esercito di uomini, per affrontare il nemico, al servizio della patria, servendosi dell’unica arma a sua disposizione, la fede. Eppure, qui, in queste scene, è una donna mite, sincera, a servizio dei suoi giudicanti, alle cui domande vessatorie risponde con serenità; con caparbietà, ad altre che riguardano il suo rapporto col divino, non risponde, ma  non sfuggono il pianto liberatorio dopo uno dei tanti interrogatori, oppure il grave malessere avvertito durante la prigionia ed ancora il pudore rivelato durante una visita, che dovrebbe decretare la sua verginità. In prigione, continua a combattere: la sua corazza è costituita da abiti di foggia maschile, che la aiutano a difendersi da possibili violenze. Teme fortemente di essere abbandonata nelle mani degli inglesi e teme la morte. Come non condividere i suoi stati d’animo, i suoi continui turbamenti, la gran pena provata per la propria incolumità e la propria vita. Strenuamente, quando si preannuncia la fine, si difende rimettendosi al “ Concilio ed al Papa Di Roma”. Non è un’abiura il suo gesto; al contrario,  è un atto profondamente umano. Del pari, la  femminilità di questa eroina  è richiamata, allorché le viene fatto indossare una sorta di saio bianco e con lo stesso si avvia a piedi nudi, quasi con solerzia, verso il suo ultimo martirio.

 

Deborah Saponaro

“Il processo a Giovanna D’arco” è il titolo del film diretto e scritto da Robert Bresson nel 1962. Chiamata e ricordata anche come la “Punzella d’Orléans”, Giovanna D’arco è una giovane eroina francese che contribuì a risollevare le sorti del suo Paese durante la Guerra dei cento anni, guidando le armate francesi contro quelle inglesi. Venduta dai Borgogni agli inglesi, la D’arco rimase prigioniera per quattordici mesi nelle carceri britanniche. Accusata di eresia e di aver indossato abiti maschili dal tribunale ecclesiastico e sottoposta ad intensivi e svariati interrogatori, la giovane dall’animo religioso e combattivo, afferma di udire le voci delle Sante Caterina e Margherita, di riuscire a comunicare con Dio e di trovare conforto in San Michele; dichiarazioni che condurranno Giovanna nelle fiamme della morte, nonostante i continui tentativi nel convincerla a ritrattare ciò che aveva dichiarato. Con pellicola in bianco e nero, il film è caratterizzato da inquadrature frontali che incorniciano il volto della protagonista e dei suoi inquisitori, il ritmo è notevolmente flemmatico data la drammaticità della vicenda storica, le colonne sonore sono totalmente inesistenti e sostituite con il suono di campane malinconiche e allo stesso tempo logoranti, e da urla provenienti dal popolo presente, che incitava e sperava in una condanna a morte per Giovanna. Il lungometraggio ha suscitato in me sensazioni negative come tensione e rabbia soprattutto perché si capisce chiaramente che il processo messo in atto è solo una farsa, dato che la sorte della Punzella era comunque già stata decisa. Malgrado ciò, consiglio la visione di questo film per ricordare e comprendere lo spessore di questa importante eroina della storia e riconoscerne la forza.

 

María Canelas Ordax

Juana de Arco nació en Francia en 1412. A la temprana edad de 19 años encabezó un ejército de hombres en la lucha contra los ingleses. ‘’ ‘’ cuenta la historia del proceso tras ser capturada en dicha batallada. La joven fue encarcelada y sometida a un juicio largo y lento. Finalmente fue acusada de herejía y brujería y condenada a la hoguera.

Esta película me suscita injusticia.

Contexto de la Edad Media, año 1431. Un tiempo en el que todo estaba ceñido a lo espiritual, a lo religioso. Una época en la que bajo el nombre de Dios se hicieron auténticas barbaridades. Un escenario aún más crudo, frío y hostil propiciado por la Guerra de los Cien Años.

¿Qué otra cosa se podía esperar de un entorno como aquel?

Veo a una joven atrapada Retenida por un Tribunal compuesto en su mayoría por franceses; embustero, estafador, chantajista y farsante. Un proceso del que sin duda, no la iban a dejar escapar.

…Se esperaba lo que realmente pasó. Que finalmente encontraron la acusación que necesitaban para acabar con ella.

 

E independientemente de las razones que llevaron a Juana a afirmar que oía voces; independientemente de si estaba complemente loca, o de si era una mentirosa compulsiva… La película solo me suscita rabia. Impotencia al ver como se ataca a una joven que está sola, machacándola física y psicológicamente. Y sobre todo viendo como se está  suprimiendo su derecho de defensa.

Todo ello durante un proceso penoso, humillante y largo, impregnado de odio y ansias de venganza.

 

Me hace reflexionar acerca de la lucha que se debió producir en el interior de aquella mujer, entre su ansia de vivir (y por supuesto el miedo a morir), y la lealtad hacia sus propias afirmaciones. Una mujer que creía firmemente en lo que decía. Que se mantuvo fiel a ello hasta morir, en base a una condena incierta. Al fin y al cabo, brujería y herejía eran, en aquella época, las ‘’excusas perfectas’’ para acabar con aquellos que, por unas u otras razones, no interesaba que viviesen.

 

 

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: