Filosofia del Cinema

Il fumo che annebbia i pensieri

In filosofia del cinema on 18 novembre 2016 at 17:21

Isaia De Rinaldis

Un film rimasto fedele alla tradizione in bianco e nero, che mette in risalto l’ abuso di potere della religione cristiana ai danni di una forte e decisa diciannovenne, prigioniera in attesa della sentenza del processo inquisitorio.

Giovane vergine, condottiera del contingente francese contro le milizie inglesi occupanti la Francia durante la guerra dei Cento anni. Lungometraggio portatore di un forte messaggio morale e civile, esaltatore della lotta contro la sopraffazzione, del coraggio, della libertà di pensiero. Di quelle idee che l’ hanno portata al rogo e in qualche modo alla libertà.

Scene statiche, inquadrature caustrofobiche, interrogatori incalzanti che si scontrano, con risposte nette e decise. Ciò accompagnato da un’ inespressività dei volti estesa a tutti i personaggi. Che scuote e fa breccia nell’ odierno spettatore, non abituato a tali visioni nè preparato a un film che potremmo definire “naturalista”, in quanto cerca di dipanare la narrazione il più oggettivamente possibile, promuovendo una significativa aderenza al reale.

Tutto ciò crea un’ insolita dilatazione dei tempi. Sintomo, proprio di uno spettatore che si immedesima e patisce con la protagonista, tanto da far percepire al medesimo una sensazione di sollievo, dopo che le fiamme hanno ormai lasciato il posto alla cenere e al fumo. Fumo, che in ripetute inquadrature finali annebbia e confonde i contorni della croce retta dall’ uomo di chiesa. Lo stesso fumo che confonde e annebbia il loro pensiero, ritenendosi portatori della parola di un dio collerico. Questo è un film che permette, se colti, molteplici spunti di riflessione riguardo il ruolo della filosofia, della religione e della chiesa nell’ arco dei secoli sino ad oggi.

Raffaele Vavalà

Il processo di Giovanna d’Arco di Robert Bresson del 1962 ha un impatto forte ed immediato. La vicenda si svolge durante il 1431, anno in cui Giovanna d’Arco fu catturata dagli inglesi e sottoposta a un duro e lungo processo a Rouen che culminò con la sua condanna al rogo il 30 maggio dello stesso anno.
Il film appare talmente essenziale che lo spettatore potrebbe avere alcune difficoltà a seguirlo interamente. Nulla é ridondante, tutto risulta necessario: ogni inquadratura, ogni gesto, ogni parola e ogni sguardo sono pezzi di un puzzle imprescindibili. Lo spettatore deve avere la capacità di marcare attraverso l’immaginazione ciò che il regista desidera rappresentare solamente nella sua sobrietà ed evidenza. Siamo noi, quindi, a dover accentuare o attenuare ad esempio i vari sentimenti dei personaggi. In quest’ottica minimalista ogni leggera distrazione dell’osservatore potrebbe significare il non raggiungimento di una comprensione soddisfacente del film. Una continua concentrazione, al contrario, ha la forza di dilatare la percezione temporale in modo tale da avvertire molto più lunghi quei soli 65 minuti di pellicola.
Tutto quello che potrebbe disturbare tale sobrietà viene evitato, come ad esempio la visione della folla che incita al rogo la povera Giovanna, perciò ne udiamo soltanto le voci. Oppure la musica che sarebbe d’intralcio alla centralità delle parole, per questo motivo un rullo di tamburi ha il compito di scandire solamente l’inizio e la fine del film. La scenografia é minimale, la storia infatti é ambientata sostanzialmente in due soli luoghi con l’eccezione della scena del rogo finale: la cella di Giovanna e la sala in cui si svolge il processo.
Il confronto con i giudici della Santa Inquisizione é serrato, a domande concise corrispondono risposte secche. Giovanna d’Arco sin dal principio appare convinta e determinata, sono infatti le visioni di San Michele, Santa Caterina e Santa Margherita che la spingono verso la verità. É Dio stesso, quindi, a permetterle di andare avanti con forza.
L’atmosfera diviene sempre più soffocante, il climax é ascendente, i giudici cercano in tutti i modi di incastrarla nell’eresia, deformano le informazioni che ricevono, fanno leva su qualsiasi particolare in loro favore, come ad esempio l’utilizzo degli abiti maschili da parte della donna. L’accusa determinante é l’aver parlato con Dio senza la mediazione della Chiesa. L’eroina ormai stretta nella morsa malevola dell’Inquisizione inglese può fuggire solo rinnegando tutto quello che ha detto. La pulzella non si sente colpevole di aver compiuto alcun peccato, dalla sua parte c’è Dio, non merita la morte, firma l’abiura solo perché l’hanno obbligata. Per questo viene ritenuta eretica, recidiva e demoniaca. Segue il rogo e la sua morte, il tutto avviene con semplicità ed essenzialità, secondo lo stile del regista.
Nel cast spicca solamente la figura di Florence Delay che interpreta il personaggio di Giovanna d’Arco, il resto non é degno di nota. Infatti fa parte delle scelte stilistiche di Bresson il desiderare attori non professionisti per far sì che ci siano espressioni più schiette, appunto non ridondanti.

Mario Santino

Nel contesto contemporaneo, ci siamo sentiti un po’ tutti come “Giovanna d’Arco” almeno una volta nella vita, nelle mani cioè di un sistema, quello giudiziario, che procede sostanzialmente su binari tutti suoi, difficile da conoscere, impossibile da comprendere.

Il gran numero di leggi e “cavilli” e gli ingenti costi delle operazioni legali sono solo alcune delle questioni che segnano il distacco delle istituzioni giudiziarie dalla cittadinanza; si pensi però a quando di leggi sancite universalmente non ve n’erano ed il tribunale ecclesiastico aveva un po’ la possibilità di “giocare” con la vita degli individui, come nella Francia del 1400 per esempio.

Questa realtà, nel film del 1962 “Il processo di Giovanna d’Arco”, è descritta brillantemente da Robert Bresson, all’interno di un film minimalista ed essenziale focalizzato sullo svolgersi degli interrogatori da parte dell’inquisizione che condurranno la protagonista al rogo.

La trama, se di trama si può parlare, è costituita per l’appunto dalle sedute inquisitorie che la giovane paladina dovrà sostenere perché accusata di stregoneria, e può essere descritta come l’ossessivo, nauseante, claustrofobico succedersi di domande e risposte articolate e fornite non da personaggi, piuttosto da automi; intervallato da brevi spaccati mostranti la solitudine della prigioniera.

Ecco quindi un altro capitolo della storia d’Europa scritto con il sangue; un’altra libertà, quella di pensiero ed azione, pagata con la vita: allo svolgersi dell’estenuante processo ci si ritrova seduti più che mai su spine, in una posizione di sofferta e drammatica impotenza.

Se è vero che la missione di un film del genere è esprimere uno stato d’animo, Bresson ha sicuramente realizzato un prodotto di grandissimo livello, portandosi dietro sulla scena importanti riferimenti letterari e filosofici (primo tra tutti il velato rimando al “Processo”, di Franz Kafka); tuttavia “Il processo” rimane un film da prendere con le pinze, sconsigliato se alla ricerca di un qualcosa di leggero e piacevole.

Francesco Tarantini

Nel 1962 Robert Bresson, con alle spalle una già consolidata visione cinematografica minimalista, gira il suo film più difficile e allo stesso tempo il più essenziale: Il processo a Giovanna D’Arco.

La sceneggiatura, con un taglio quasi documentaristico, è sostanzialmente costruita sugli atti del processo “farsa” che gli inquisitori inglesi hanno montato, nel 1431, nei confronti di Giovanna D’Arco, accusata di eresia e stregoneria per aver direttamente comunicato con Dio, per voce delle Sante Caterina e Margherita (ottenendo tra l’altro vittorie militari), senza la mediazione della Chiesa Cattolica, ritenuta l’unica istituzione con il potere di riconoscere e interpretare la Parola di Dio.

Sebbene la trama sia piuttosto essenziale, il film ha un ritmo molto veloce, scandito dai dialoghi serrati del processo.

In questo senso la regia di Robert Bresson è precisa e priva di tutto ciò che non serve alla funzione narrativa delle scene. Le inquadrature sono campi e controcampi. La parte musicale del film viene ridotta ai minimi termini. In queste caratteristiche formali della pellicola c’è una precisa scelta autoriale: quella di porre al centro dell’attenzione la parola, o se vogliamo “Le voci”.

Quello che ne viene fuori è un film claustrofobico, quasi interamente girato in ambienti chiusi e angusti, che ti fa sentire sulla pelle il peso della condanna morale e fisica che subisce Giovanna D’Arco.

Un altro aspetto importante del film è l’attenzione posta al modo in cui tale processo si è svolto.

L’intento del regista non è soltanto quello di riportare i fatti, ma indagare anche come essi si sono svolti e fornire una lettura storica del processo.

Il filosofo francese Michel Foucault ne “La verità e le forme giuridiche” sostiene che: “Le pratiche giudiziarie […] credo che siano alcune delle forme impiegate dalla nostra società per definire tipi di soggettività, forme di sapere e, di conseguenza, relazioni tra l’uomo e la verità, che meritano di essere studiate”. Prendendo spunto da questo passo di Foucault, possiamo vedere come la “farsa” del processo consista proprio nel tentativo da parte del Potere (in questo caso dell’autorità ecclesiastica) di creare unilateralmente la verità, senza prove concrete, facendo anche uso della tortura.

A questo proposito, inquietanti sono le scene in cui attraverso una fessura del muro, sentiamo delle voci, dei sussurri, che complottano contro Giovanna D’Arco, la strega.

La Giovanna D’Arco di Bresson è un personaggio fortemente umano colto nella sua fragilità e nella sua debolezza.

Nella parte finale questo aspetto del personaggio lo vediamo in tutta la sua drammaticità, sia dal modo in cui cammina incespicando verso il rogo, sia dall’espressione del volto dell’attrice Florence De Lay, legata al palo, che con gli occhi chiusi prima di morire dice: “Le mie voci non mi hanno delusa. Le voci venivano da Dio.”

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