Filosofia del Cinema

La testimonianza di un amore per la cultura

In filosofia del cinema on 11 novembre 2016 at 08:05

Gli studenti del Laboratorio di Etica delle immagini dell’Università del Salento si sono cimentati nella scrittura di alcune recensioni.

Pubblichiamo in queste pagine le recensioni che sono state dichiarate conformi ai criteri suggeriti durante le lezioni. GS 

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Carla Imbriani

Dopo l’acclamato successo della Rivoluzione francese, tutto è cambiato, o meglio tutti hanno iniziato a credere che tutto potesse cambiare. Il povero si ribella al ricco, il contadino al padrone, la donna alla società maschilista. Il film di successo ‘’il resto di niente’’ di Antonietta De Lillo racconta per l’appunto la storia di una donna, si tratta della nobildonna Eleonora Pimentel Fonseca di origine portoghese, che troviamo alla guida della rivoluzione di Napoli del 1799 insieme ad altri giovani aristocratici. Leonor è una donna minuta con una folta chioma di capelli ricci che le incorniciano il volto, una donna come altre, ma le cui parole hanno lasciato un solco nelle persone che ha incontrato e quindi influenzato. La macchina da presa riesce a catturare lo sviluppo della sua coscienza, da donna serva , a donna che riesce a sussurrare, prima della sua condanna, ‘’servo’’ ad un comandante dell’esercito della Santa Fede. La repubblica a Napoli era un sogno che si rivelò purtroppo anacronistico. Sembrava che tutto potesse cambiare, sembrava che chiunque potesse ribaltare le cose e invece quei giovani lungimiranti, furono trattati  come dei bambini che davano fastidio ai ‘’grandi’’ e vennero quindi fatti fuori. Probabilmente di quell’esperienza all’epoca non rimase che ‘’il resto di niente’’, ma ciò che  invece rimane ancora oggi è la storia di menti pensanti, di occhi vivaci e attenti che osservavano e riflettevano, di voci instancabili che denunciavano servendosi di mani sagge che scrivevano: la storia di come amare e approfondire la cultura, rimane la più grande rivoluzione.       

                                                                                                                         

Francesco Tarantini

Il film, tratto dall’omonimo romanzo storico di Enzo Striano, racconta la vicenda di Eleonora de Fonseca Pimentel una nobildonna di origini portoghesi che vive a Napoli durante il regno borbonico. Un’ esistenza tragica, come tragico e tumultuoso è il periodo storico in cui gli ideali della Rivoluzione Francese si diffondono tra gli intellettuali e i letterati.

La trama ha un ritmo molto lento, funzionale per costruire i segmenti narrativi che mostrano le diverse fasi del processo di cambiamento della protagonista, che vediamo già nei primi anni come una ragazzina amante della letteratura (della poesia in particolare), diventare una donna colta e matura alle prese con un difficile matrimonio; per arrivare nella parte centrale del film in cui osserviamo i problemi e le difficoltà di una “cittadina”, spogliata dei suoi titoli nobiliari, portare con sè le fatiche e le sofferenze di un progetto politico utopico e a dir poco disperato.

L’intreccio è tenuto insieme da questi flashback che entrano nella vita privata e sociale della Fonseca e mostrano l’intima connessione che c’è tra queste due sfere. Le vicissitudini della protagonista, infatti, sono così intimamente connesse con il tessuto storico della città di Napoli, che quando in una scena un amico le chiede di fuggire in Francia lei sceglie fermamente di restare, segando così la sua vita.

Una decisione disperata, sofferta; che vediamo sul volto di Eleonora, magistralmente interpretata dall’attrice Maria de Medeiros, che nei momenti più cupi viene reso quasi ambiguo dai persistenti primi piani della regia. Una regia che usa luci e ombre per indagare gli aspetti più reconditi dell’essere umano, i moti impetuosi dell’animo esasperato dagli ideali politici e il desiderio di uccidere o farsi uccidere in nome di un ideale.

Il sacrificio e la morte, sono i due temi che rappresentano il filo conduttore degli eventi che riportano la trama al punto di partenza, dove accompagniamo la protagonista verso l’ultimo atto della tragedia: la Forca.

In queste scena, dai toni molto cupi, Eleonora ha un breve dialogo con un frate, il quale le chiede se ha paura. Eleonora risponde: “Non lo so. Non lo so nemmeno io. Poi che ci posso fare ormai? Niente..il resto di niente come si dice a Napoli”.

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