Filosofia del Cinema

Il cammino ascetico verso la felicità

In filosofia del cinema on 11 novembre 2016 at 08:14

Giulia D’Errico

Sempre più lavoro, sempre più impegni, sempre più cose da fare nella vita di tutti i giorni che si finisce per perdere di vista ciò che conta davvero, l’essenziale. Ci si sente sempre più stanchi, smarriti, infelici, non sapendo né cosa fare, né dove andare, quando forse, invece, bisognerebbe bloccare tutto, fermarsi un attimo e ascoltare nel più intimo se stessi. Avere uno scopo di vita conferisce senso a tutto quello che facciamo, ci fa sentire realmente vivi, ci illumina e ci guida. Il lottare per i propri ideali, il preferire morire all’essere oppressi, il dedicare tutta la propria esistenza per la difesa e la realizzazione di un ideale sono elementi tenacemente costitutivi della personalità di Eleonora De  Fonseca, protagonista del film: “Il resto di niente”, del 2004, diretto da Antonietta De Lillo, la quale attraverso un ritmo lento ma intenso, guida lo spettatore verso un cammino ascetico che fa riflettere sul desiderio, sempre vivo nell’animo umano, di libertà, uguaglianza e fratellanza. Valori per cui Eleonora si batte con tutta se stessa, facendosi lei stessa partecipe della Rivoluzione napoletana del 1799. Una donna straordinaria, fragile e forte allo stesso tempo che riesce, nonostante i fortissimi dolori della vita privata causati da un matrimonio infelice, dalla morte del suo bambino di soli otto mesi, dalle varie interruzioni di gravidanza causate da percosse da parte del marito, a non rinunciare ai suoi sogni, alla sua amata scrittura, alla personale ricerca del senso. Una filosofa per eccellenza, che si immedesima totalmente nelle parole del filosofo italiano Gaetano Filangieri, secondo cui bisogna essere bambini fino alla fine, costruirli i sogni, non dirli soltanto ma volerli. Una donna controcorrente, considerata diversa dalle altre del suo tempo e per questo considerata svergognata, ma in realtà semplice e ricca di valori morali, come conferma la sua richiesta, alla fine del film, di una tazza di caffè e un paio di mutandine, strappate poco prima per disprezzo e per umiliarla. Le parole conclusive di Eleonora prima di morire enfatizzano la delusione e la rassegnazione per non poter far più niente… il resto di niente, che si trasforma però in un tutto per lo spettatore che si immedesima in questo film. Un film utile per tutti, per chiunque sia disposto ad andare oltre la semplice apparenza della realtà, verso il proprio sentire e la propria felicità.

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Raffaele Vavalà

Il messaggio principale de Il resto di niente è lampante: Eleonora Pimental de Fonesca è stata una donna libera e coraggiosa e come tale va ricordata.
Antonietta De Lillo, attraverso un ritmo lento e meditato, inframmezzato da frequenti flashforward, ha proposto intelligentemente il tema della difficoltà dell’inattualità.
Eleonora è inattuale, i Repubblicani napoletani altrettanto, il loro governo è effimero ma la loro scalata irta di ostacoli. Attuali sono la rivoluzione francese e gli ideali di stampo illuminista in Francia, Napoli invece non è ancora matura per sostenere un cambiamento di tale portata. Eleonora scrive e dirige Il monitore napoletano dal febbraio del 1799 e cerca di divulgare i suoi ideali. Ma il popolo è analfabeta, non comprende il suo linguaggio né il senso della rivoluzione, non concepisce lo sforzo politico dei membri della Repubblica Napoletana, è ormai completamente anestetizzato dalla precedente monarchia di Ferdinando IV.
Le vicissitudini nella vita della protagonista sono molte, dagli abusi del marito al carcere per il possesso di libri proibiti, altrettante quelle durante e al termine dell’instaurazione della Repubblica, culminate con la sua morte nell’agosto 1799.
Risulta un film per i giovani per il suo forte incitamento alla felicità che ognuno di noi ha il diritto di perseguire, come ben ricorda il filosofo giurista Gaetano Filangieri proprio in una scena del film.
Il cast, in cui spicca la figura di Maria de Medeiros, è saggiamente scelto. I costumi, merito di Daniela Ciancio, rispecchiano fedelmente le mode del tempo; interessante anche la cura dei dettagli e la sfarzosità delle parrucche dell’alta nobiltà napoletana. Le musiche di Daniele Sepe offrono un leggero tocco di vivacità ad una vicenda senza dubbio drammatica.

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