Filosofia del Cinema

Sul perdono

In Film a Lecce on 21 settembre 2014 at 15:30

Le due vie del destinoL’antefatto del film “Le due vie del destino” del regista e sceneggiatore australiano Jonathan Teplitzky è costituito da una vicenda realmente accaduta e autobiograficamente narrata da Eric Lomax nel bestseller “The railway man”. Nel 1942, in seguito alla resa della città di Singapore, migliaia di soldati inglesi furono fatti prigionieri e successivamente costretti a lavorare alla costruzione della ferrovia che avrebbe collegato Bangkok a Rangoon. Nei campi di prigionia le condizioni di lavoro erano tremende: nessun diritto riconosciuto ai prigionieri, costretti a lavorare come schiavi. Molti di loro, proprio per questo, persero la vita e questa lunga scia di morte contribuì ad attribuire il nome di “ferrovia della morte” a quei binari. A partire dalla stessa vicenda, nel 1957 David Dean diresse il film “Il ponte sul fiume Kwai”.

“Le due vie del destino” inizia negli anni ’80, presentando il fortuito incontro in treno tra Eric (Colin Firth) e Patricia Wallace (Nicole Kidman), che nel giro di pochi mesi diventerà sua moglie. Una più lunga preparazione prematrimoniale avrebbe senz’altro giovato alla coppia, dal momento che i primi problemi inizieranno immediatamente dopo la celebrazione del matrimonio. Eric, infatti, continua a rivivere il trauma, mai superato, dovuto alle asperrime torture subite durante la prigionia a Singapore. Con una scelta non originalissima ma efficace, il regista mette lo spettatore in grado di vedere gli incubi di Eric, che anche nel presente è ossessionato dalla presenza del suo aguzzino, Nagase. Subito dopo, con una scelta registica molto più tradizionale e scontata, inizia il balletto del flashback con cui veniamo sbalzati avanti ed indietro nel tempo nel tentativo di raccontare una storia che è divisa in due parti che si intersecano.

Le scene del campo di prigionia sono eccessivamente protratte. Nella ostinata esposizione di corpi smunti e esseri umani reificati, accompagnata da una musica che vorrebbe rinforzare l’effetto di suspence, l’ipertrofia del materiale messo in scena nel film induce quel genere di saturazione visiva che confina con la inguardabilità.

Quaranta anni dopo i tragici eventi vissuti, Eric avrà la possibilità di reincontrare il suo aguzzino Nagase (Hiroyuki Sanada, molto bravo). Sarà in grado di perdonarlo o, come suggerito da Finlay (Stellan Skarsgård), amico e compagno di prigionia di Eric, potrà finalmente fare giustizia?

Al netto di una trama che per quanto veritiera risulta scadente, il film porta lo spettatore a riflettere sul significato del perdono. Se la violenza è la più transitiva delle condotte, chi è in grado di interrompere la catena dell’odio? Si può rinunciare al proprio livello di civiltà, facendosi giustizia da sé?

Eterea l’interpretazione della Kidman. La già premio Nobel sembra a tal punto incline ad esprimere la dignità del contenimento per le sofferenze interiori del marito da sembrare plastificata per buona parte del film.

[Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 14 Settembre 2014]

 

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