Filosofia del Cinema

Insieme siamo vincibilissimi

In filosofia del cinema on 21 settembre 2014 at 15:24

il ragazzo doro Scamarcio StoneNel nuovo film di Pupi Avati, “Un ragazzo d’oro”, si incrociano diversi motivi di potenziale interesse: il conflitto padre-figlio, la malattia mentale, la relazione asimmetrica tra il protagonista Davide (Riccardo Scamarcio) e Ludovica (Sharon Stone). L’improvvisa morte del padre costringe Davide a fare i conti con la memoria ingombrante del genitore nei cui confronti il ragazzo conserva un sentimento di malcelata ostilità. Questo sentimento, però, gradualmente si converte nel suo opposto. Dopo aver avuto accesso ad una lettera proprio a lui indirizzata, Davide stabilisce una alleanza indissolubile con la figura del padre assente: all’interno della sindrome ossessivo-compulsiva di cui già soffre, il ragazzo inizia a ripetere a sé stesso “Insieme siamo invincibili”. Sul peggioramento progressivo della malattia, nessun influsso benefico è esercitato dallo sguardo preoccupato della madre (Giovanna Ralli) e dall’atteggiamento – peraltro apatico – della fidanzata Silvia (Cristiana Capotondi). Quando Ludovica, editrice, gli affiderà il compito di ritrovare un manoscritto del padre, suo ex amante, Davide penserà bene di far confluire in quell’occasione il proprio desiderio di scrivere, fino ad allora frustrato. Ormai diventato anche fisicamente simile al padre, Davide consegnerà, capitolo dopo capitolo, il libro nelle mani di Ludovica, stabilendo gradualmente con lei una flebile relazione sentimentale. Varcato il confine identitario, tuttavia, della sua persona non resteranno che frammenti confusi. Davide è irrimediabilmente perduto ed a nulla servono le tracce di sé e delle sue attività, incise su un registratore digitale, attraverso cui il ragazzo aveva provato a tener insieme una identità in frantumi.

Come dicevamo all’inizio, i motivi di interesse del film sono molteplici. Tuttavia, il loro sviluppo lascia abbastanza sconcertati. Anche indipendentemente dalla possibile valenza autobiografica del film per il regista, l’amalgama che Avati ci consegna non convince. Il regista bolognese ci accompagna sommessamente – aiutato dalla colonna sonora affidata a Raphael Gualazzi e dalla fotografia di Blaso Giurato, in cui abbondano i toni scuri – all’interno di un quadro composito. Ciò che si ricava, tuttavia, è che gli elementi eterogenei del film stentano a trovare quella composizione armonica che avrebbero meritato. In generale, separati dalle emozioni che dovrebbero incarnare, gli attori non si tramutano mai nei personaggi che interpretano, rimanendo semplicemente attori che recitano. A distanza. Spettatori di se stessi. Scamarcio appare convincente solo nell’ultima parte del film e Sharon Stone, definita “pesce lesso” da Maurizio Porro sul Corriere, è fuori sincrono sia rispetto alla storia sia con riferimento ad un doppiaggio a tratti inquietante. È probabile che su queste distonie abbia inciso il trambusto sul set, a quanto pare creato proprio dalla diva hollywoodiana di cui lo stesso Avati ha parlato in alcune interviste rilasciate negli ultimi giorni.

 

[Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 21 Settembre 2014]

 

 

  1. E’ difficile costruire un commento sul film “Un ragazzo d’oro”. Detesto i sentieri impervi. Come posso valutare tale pellicola? Come un discorso sul cinema di genere? O un film sui generi?( horror, sentimentale, introspettivo) O un film degenere, ovvero un film maquillage? Quest’ultima ipotesi, apparentemente, sembra la più plausibile. Infatti, il film è colorato dalla presenza glamour di Sharon Stone. Eppure, preferendo questa scelta, so di sbagliare. Una pellicola maquillage, dovrebbe avere una struttura filmica più lineare, poggiata su un genere preciso e riconoscibile. Possibilmente, di stampo, Hollywoodiano. Faccio un esempio chiarificatore; I Vanzina realizzarono, tempo addietro, alcune pellicole esterofile come “Sotto il vestito niente” e “Miliardi”. Questi film avevano una confezionatura patinata e maliziosa, nonché, rispettosa dei diktat blockbusteriani. Quest’ultimi,però, per quanto fedeli ai prototipi americani, seguivano una strada propria che, portava ad una riuscita alchimia italo-americana. Degenerando, di fatto, la struttura dei generi statunitensi. Mentre Il film, di Avati, seppur contenga al suo interno un discorso sulla prossemica hollywoodiana, poggia su delle basi tipicamente nostre, o meglio, tipicamente Avatiane. Bene. Sono arrivato alla conclusione che, non mi trovo di fronte ad una pellicola maquillage. Adesso tento la strada del film sui generi, però, so già che, è sbagliata. Infatti, Il film accenna a delle atmosfere tenebrose, ma non le esplica. Le situazioni, sentimentali,non sfociano nel melò. E, la parte introspettiva, langue nelle caratterizzazioni psicologiche. Infine, per poterlo considerare un film sui generi, dovrebbe presentarsi come un esercizio di stile. Spostando, quindi, il baricentro dalla sceneggiatura alla regia, dal significato al significante. Probabilmente, allora, si tratterà di un discorso sul cinema di genere. In parte è cosi. Nonostante la ciarla sia noiosa e acrimoniosa. Tenendo presente che la critica che, il regista fa a un certo cinema, è solo funzionale al racconto. E’ allora? Questo film cos’è? Ho capito… ci rinuncio. Tanto il film non m’è piaciuto, è questo importa. E poi detesto chi parla male del cinema, italiano, popolare. Magari il mio è un giudizio di parte, sicché sono un sostenitore della commedia sexy. Forse ha ragione Avati. Forse abbiamo sbagliato noi che, abbiamo creduto alla bontà di quel cinema. Io, però, credo nelle emozioni e, da esse mi lascio travolgere. La cinefilia l’ho sempre vissuta come un’esperienza trascendentale, seguendo il motto ” Amantes amentes”. Certo, questo moto, tumultuoso istintivo, rischia di pregiudicare un sostenuto spirito critico ma, tant’è.

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