Filosofia del Cinema

Euristica della paura

In filosofia del cinema on 1 giugno 2014 at 10:52

venditore medicine

“Euristica della paura” è un’espressione del filosofo Hans Jonas con cui si indica la necessità di non escludere da una valutazione dell’agire i peggiori effetti cui potrebbe pervenire l’azione da valutare. Possiamo, in alcuni casi dobbiamo, imparare anche dalla prefigurazione consentita dalla paura – questo è in pratica il ragionamento di Jonas. Questo sfondo teorico torna in mente dopo la visione del film di Antonio Morabito “Il venditore di medicine”. La pellicola è dedicata alla descrizione di pratiche scorrette, compiute da una azienda farmaceutica senza scrupoli con l’ausilio di medici compiacenti: in cambio di benefici (viaggi di piacere camuffati da partecipazione a congressi medici, regali più o meno esosi, ecc.), i medici prescrivono ad ignari pazienti medicinali scadenti o di cui sia non ancora del tutto dimostrata l’efficacia terapeutica. Ad un primo livello, dunque, l’opera di Morabito è un film di denuncia di una pratica non desueta, come dimostrano le immagini tratte dai telegiornali, non solo italiani, che il regista decide di inserire all’inizio del film. Quelle immagini, il cui audio è ripreso anche mentre scorrono i titoli di coda, testimoniano purtroppo la pervasività del reato di comparaggio, rispetto a cui è interesse di tutti aumentare vigilanza e coscienza critica. Euristica della paura, appunto.

Claudio Santamaria, nei panni dell’informatore scientifico Bruno, pur di non rischiare il licenziamento, si impegna con la sua capo area a convincere ad ogni costo un celeberrimo oncologo, all’apparenza integerrimo, impersonato da Marco Travaglio, ad adottare uno specifico e costosissimo farmaco, rifiutato in precedenza.

Ad un livello più generale, l’importanza del film di Morabito sta nell’aver messo a tema lo spasmodico atteggiamento del protagonista consistente nel tenere in pugno una realtà che sembra sfuggirgli di mano. Questa lotta contro tutto e tutti, erroneamente intesa dal protagonista quale condizione della propria affermazione professionale, lo isola sempre più. Quando la vertigine del controllo assoluto giungerà ad esercitarsi anche sulla scelta di maternità della moglie, allora l’alienazione potrà dirsi compiuta. Da quel momento in poi, niente è come prima. Avendo smarrito il baricentro delle proprie azioni, Bruno diventa un altro uomo che, per una singolare eterogenesi dei fini, ha ormai perduto il contatto con il mondo. Anche attraverso la costante adozione della camera a spalla, Morabito riesce nell’intento di portarci nei pressi di questa ossessione del protagonista nei confronti della vita.

Per la rilevanza di ciò che denuncia, il film di Morabito può essere considerato il maggior alleato di quei professionisti dell’informazione medico-scientifica che, svolgendo con competenza e dedizione il proprio lavoro, meritano la benevolenza di noi pazienti, al di là dunque del paventato rischio di colpevolizzazione preventiva di una intera categoria attribuito al film.

[Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 1° Giugno 2014]

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