Filosofia del Cinema

Sull’essere padri

In filosofia del cinema on 25 maggio 2014 at 16:30

like father like son

Hirozaku Kore-eda è un regista e sceneggiatore giapponese, definito in Asia uno dei migliori registi contemporanei, erede di Mizoguchi e Ozu per lo stile sobrio e l’attenzione all’esplorazione dell’interiorità.

Lo scorso anno ha presentato a Cannes il film “Father and son”, vincendo il premio della giuria. Nel film, l’attore Masaharu Fukuyama interpreta Ryota, un architetto affermato e quasi completamente assorbito dal proprio lavoro; Midori, la sua dolce e remissiva moglie, interpretata da Machiko Ono, si occupa della casa e del piccolo Keita. Un giorno la loro quotidianità è stravolta: scoprono che per un errore il loro figlio biologico è stato scambiato alla nascita con un altro bambino.

Inizia così un percorso travagliato: entrano in contatto con l’altra coppia e conoscono Ryousei, il loro figlio biologico. Da quel momento, Ryota e Midori iniziano a guardare Keita, interrogandosi su se stessi, chiedendosi come sia stato possibile non accorgersi di nulla. Nei loro occhi si coglie una domanda sospesa sull’identità del figlio, percepito ora quasi come un estraneo.

Mentre gli adulti sono attraversati dal dolore per la vicenda, i due bambini seguono con obbedienza i tentativi delle due famiglie di operare uno scambio che sia il meno traumatico possibile per tutti.

La scena clou del film giunge quando Ryota scopre casualmente nella memoria della macchina fotografica alcuni scatti che il figlio ha catturato mentre lui dormiva. Quelle immagini testimoniano l’ammirazione e l’amore di Keita per un padre distante a cui non sa come avvicinarsi. Il bambino ha tentato di cogliere i momenti in cui l’uomo è indifeso, privato della maschera severa del professionista che sente l’obbligo di fornire la migliore educazione, quale condizione per sentire il figlio più simile a sé.

Nel cinema di Kore-eda non ci sono vie facili. Egli osserva il mutare di emozioni tanto sofferte e complesse con un delicato e fragile equilibrio, come quando coglie i frammenti di tempo, le esitazioni che attraversano il volto di Ryota ad una domanda posta da Keita. Il padre cerca dentro di sé una ragione, pensa, poi lascia correre e la questione rimane aperta.

È in questa apertura che lo spettatore può insinuarsi. Proprio a lui, infatti, il regista rivolge la domanda su cosa crei una famiglia, su che cosa veramente sia alla base dei rapporti tra genitori e figli. Che cosa, dunque, connota ultimativamente il legame tra un padre ed un figlio? È il dato biologico o, piuttosto, il vivere quotidiano, quell’insieme magmatico di abitudini, riti, affetto, rapporti che solo il tempo sa costruire?

Di fronte a tale sopravvenuta evidenza, Ryota dovrà rivedere le sue priorità, tributando al figlio il tempo richiesto da una paternità non differita ad altri membri della famiglia.

Sarà finalmente divenuto chiaro anche per lui che il ruolo di padre non può essere scambiato con nessun altro ruolo perché unico è il tempo della relazione che convocando, cioè chiamando per nome il bambino lo instrada nei sentieri della vita.

[Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 25 Maggio 2014]

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