Filosofia del Cinema

In bilico tra realtà e finzione

In filosofia del cinema on 20 aprile 2014 at 09:06

Nel 2002, in Francia, il regista Nicolas Philibert realizzò il documentario “Essere e avere”, un delicato ritratto della vita quotidiana della minuscola scuola francese di Auvergne, un piccolo di villaggio di montagna. Bambini di diverse età si confrontavano con gli insegnamenti di un maestro unico, prossimo alla pensione. Non era un’opera di finzione, ma lo sembrava, mantenendo al contempo immutato il realismo delle situazioni. Philibert spiegava che per ottenere questo risultato era stato necessario abituare lentamente i ragazzi alla presenza della macchina da presa in aula. Alla fine, dopo mesi di avviamento, quella presenza “estranea”, insieme a quella del regista e della troupe, era diventata familiare per tutti i bambini. Ancora oggi, “Essere e avere” mantiene intatti spontaneità e realismo.

Un anno dopo, nel 2003, Leonardo Di Costanzo, regista partenopeo, realizzò “A scuola”, un documentario girato a Napoli, in una scuola media del rione Pazziano. Si trattava di una efficace testimonianza del lavoro dell’insegnante in un contesto in cui è praticamente impossibile fare quel genere di lavoro.

I due riferimenti appena citati possono essere richiamati quali antesignani dell’opera di Daniele Gaglianone, “La mia classe”, nelle sale italiane in questi giorni. Si tratta di una docufiction, un genere che ibrida la finzione propria del cinema con la rappresentazione realistica del documentario. Valerio Mastandrea recita nel ruolo di un docente di italiano in una classe composta da immigrati. Il regista, la troupe, la stessa macchina da presa sono spesso presenti in scena nel ruolo di comprimari, un espediente che ha l’effetto di portare lo spettatore dentro il farsi del film. Quell’essere in bilico tra realtà e finzione, una caratteristica strutturale del genere di film scelto dal Gaglianone, va incontro ad un inaspettato colpo di scena nel momento in cui ad uno degli studenti non viene più rinnovato il permesso di soggiorno ed è così costretto ad abbandonare il set. L’effetto iniziale è di straniamento, dal momento che non è così semplice orientarsi in ciò che lo schermo mostra. Realtà? Finzione? Una nuova frontiera della rappresentazione del verosimile? È propria questa la specificità del film di Gaglianone. Lasciare lo spettatore con il dubbio che ciò che ha appena visto sia effettivamente la realtà.

In questo invito alla interrogazione, tuttavia, si invera una delle dimensioni più affascinanti della settima arte, che tanto più è fedele a se stessa quanto più pone in dubbio le basi stesse del nostro talvolta scontato rapporto con il mondo. Nella parte centrale e più riuscita del film, ripresi in piano americano, gli immigrati raccontano la propria storia, quando ci riescono. Succede infatti che, non solo per la scarsa conoscenza della lingua, essi non trovino le parole per tradurre ciò che hanno vissuto. Guardando quelle scene, bellissime ed insieme strazianti, torna in mente il verso di Pascoli “il dolore è più dolor, se tace”.

[Pubblicato nella rubrica Punctum del Nuovo Quotidiano di Puglia del 20 Aprile 2014].

 

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: