Filosofia del Cinema

Nimphomaniac: visionarietà vs. credibilità

In filosofia del cinema on 6 aprile 2014 at 09:48

nymphomaniac joe

La vicenda di Joe (Charlotte Gainsbourg), affetta da dipendenza sessuale compulsiva, al centro di “Nimphomaniac”, ultimo film di Lars von Trier, è stata talmente annunciata a livello promozionale che si può omettere di soffermarsi sulla sinossi del film. Nelle scene iniziali, sotto una pioggia insistente, il regista mostra il corpo esanime ed insanguinato della donna cui si avvicina un uomo dal passo incerto, Seligman (Stellan Skarsgård), il quale, chinatosi, le presta i primi soccorsi, offrendole in seguito ristoro nella sua modesta abitazione. Dal dialogo con l’uomo, si dipana la storia della donna, suddivisa in diversi capitoli.

In realtà, la pubblicizzata scabrosità della vicenda di Joe passa in secondo piano, sacrificata dall’emergere di un aspetto di ordine diverso: l’alterazione del rapporto tra visionarietà e credibilità della storia, due poli entro cui ogni narrazione si dispiega. Visionarietà significa riuscire a far vedere quanto non appartiene all’ordine del visibile. Una sfida per chiunque e, a maggior ragione, per un regista chiamato a lavorare con le immagini in movimento, tracce del visibile. La visionarietà, inoltre, cifra stessa del cinema di von Trier, tanto più è efficace quanto più risulta credibile. Si pensi a ciò che accadeva in “Anthichrist” o, con ancora più efficacia, in “Melancholia”, entrambe vicende irreali, ma non per questo non plausibili.

Che cosa succede invece in “Ninphomaniac”? In un clima di sospensione, Joe racconta la sua storia. Le sue parole, proferite con calma ed incertezza, sono accolte come rivelazioni da Seligman, che subito si rivela abilissimo ad individuare connessioni metaforiche tra la vicenda della donna e la logica delle pesca per il tramite di una ermeneutica dell’esca (sic). La risonanza ittica non allarmi: assurgere ogni stranezza a suprema chiave d’accesso al reale è una delle caratteristiche del cinema di von Trier. Anche in questo caso, tuttavia, il senso del limite è andato perduto. Succede così che un potenziale conturbante intrico di evocazioni esoteriche, saperi non tradizionali, contornati da un’aura di sacralità finiscano con il rivelare la vera sostanza di cui sono in questo caso costituiti: il nulla.

Ognuno potrà giudicare, vedendo il film: ma davvero si può ritenere minimamente plausibile l’esistenza di una qualsivoglia connessione tra i numeri di Fibonacci ed il numero di movimenti pelvici per il cui tramite il primo partner sessuale della protagonista è riuscito ad obliterarne la purezza verginale? Si può credere a tutto, anche a ciò che non sembra reale, ma a condizione che esso sia credibile. Questo non accade, purtroppo, in “Nimphomaniac”. Quando la visionarietà perde il contatto con la fondatezza della realtà, allora siamo dalla parti del non senso, scambiato da taluni per densità metafisica.

Un’unica eccezione: l’intensissima interpretazione – questa sì, credibile – di Uma Thurman nei panni della Signora H, moglie tradita di uno degli amanti della giovane Joe (Stacy Martin).

[Pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 6 Aprile]

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