Filosofia del Cinema

Leggere, oltre ogni speranza

In filosofia del cinema on 4 aprile 2014 at 17:10

storia di una ladra di libriCon il film “Storia di una ladra di libri”, il regista Brian Percival si cimenta nella trasposizione cinematografica del romanzo di Markus Zusak “La bambina che salvava i libri”, tradotto in più di trenta lingue e per quasi sette anni nella classifica dei migliori best seller di tutti i tempi del New York Times. La protagonista è Liesel (Sophie Nélisse), una bambina che in seguito alla fuga dei genitori naturali dalla Germania nazista, viene affidata ad una famiglia tedesca composta da Hans (Geoffrey Rush) e Rosa Hubermann (Emily Watson). Il papà le insegnerà a leggere il suo primo libro, “Il manuale del becchino” che la ragazza ha rubato durante il funerale del fratello. La passione per i libri sarà incentivata dall’incontro con Max Vandenburg (Ben Schnetzer), un ebreo che i suoi genitori adottivi nascondono nello scantinato.

Nei colloqui con Max, la ragazza comprenderà che leggere non è una operazione passiva, ma il modo stesso per riattingere la vita, a maggior ragione quando essa sia negata dalle condizioni storiche. È esattamente quanto capita ai protagonisti, chiamati a vivere nel Novembre 1938 eventi come la “Notte dei cristalli” con il rogo nelle piazze delle città tedesche di milioni di libri. Negata in tal modo la stessa possibilità di leggere, Liesel cercherà nel racconto orale l’anelito alla vita e ai valori. È molto bella la scena del film in cui, nel buio e nel silenzio di un rifugio antiaereo, è proprio la voce della bambina che racconta una favola a tener desta la speranza negli occhi degli adulti presenti. Oltre agli interpreti, di cui va segnalata una grande interpretazione attoriale, il protagonista del film è proprio l’amore salvifico nei confronti dei libri. Per attinenza tematica, dunque, il film potrebbe essere ricollegato a “The Reader” oltre che, naturalmente, al “Diario di Anna Frank”.

La vicenda di donne, uomini e soprattutto bambini, braccati per la propria condizione ed esposti ad ogni umiliazione, scuote e non lascia indifferenti. Il film, tuttavia, fa di tutto per vanificare una tale nobile potenzialità emotiva. In primo luogo, la durata superiore alle due ore risulta eccessiva e tale da generare diverse cadute della tensione narrativa. In secondo luogo, non aiuta l’oggettività della contestualizzazione storica l’inserimento di scene a puro sfondo sentimentalistico: in particolare, la scena in cui Rudy, miglior amico della bambina, muore fra le braccia di costei, pronunciando fatidicamente le parole “ti amo” è tale da mettere a dura prova la pazienza anche dello spettatore più benevolo. In terzo luogo, la scelta di farsi accompagnare nelle scene chiave del film da una voce fuori campo, niente meno che la Morte stessa, se forse può valere per il romanzo, ha indubitabilmente nel film il valore di una superfetazione. Per questa serie di ragioni, “Storia di una ladra di libri” è un film rispetto alla cui diffusione rischia di non giovare troppo la voglia di andare al mare propria delle belle giornate di primavera.

[Pubblicato nella rubrica Punctum del Nuovo Quotidiano di Puglia del 30 Marzo 2014]

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