Filosofia del Cinema

L’immaginazione che crea il mondo

In filosofia del cinema on 16 marzo 2014 at 09:37

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La vicenda di Theodore che nel film “Lei” di Spike Jonze si innamora di Samatha, voce di un sistema operativo, ha dell’incredibile. Ma davvero è pensabile che un uomo in carne ed ossa possa arrivare a tanto? Davvero è minimamente plausibile che il mondo delle persone reali possa essere sostituito da una voce e che intorno ad un tale accadimento possa crearsi un’aura di credibilità? Per rispondere a tali domande, potremmo senz’altro ricordare che il film è ambientato in un futuro prossimo dove i computer hanno raggiunto un livello di perfezione oggi appena immaginabile; oppure, potremmo ricordare che Theodore vive un particolare scompenso affettivo che in qualche modo lo rende vulnerabile dal punto di vista dei sentimenti. Si tratterebbe, certo, di spiegazioni corrette, ma tuttavia non sufficienti a spiegare il “miracolo” che si compie nel film e che esattamente consiste nel ritenere perfettamente plausibile una storia inverosimile. In questo senso hanno senz’altro un ruolo decisivo l’interpretazione di Joaquin Phoenix nel ruolo di Theodore o la voce di Scarlett Johansson per Samantha (sostituita da Micaela Ramazzotti in quella italiana). Più in generale, se questi miracoli accadono è merito del cinema tout court che oggi come ieri riesce a farci vivere come reali cose straordinarie e bellissime. Nello specifico, in “Lei” l’immaginazione dello spettatore ha un ruolo di primissimo piano, dato che è proprio per il suo tramite che la voce di Samantha acquista una corporeità suppletiva.

Un tale processo era stato già evidenziato nel 1993 in “Blue”, film sperimentale del regista Derek Jarman, consistente di un unico fotogramma di colore blu che fa da sfondo alla traccia sonora costituita da quattro voci che discutono di diversi temi (malattia, sesso, cinema). Ai coraggiosi spettatori che trovassero il coraggio di sorbirsi uno schermo monocromo per tutta la durata del film accadrebbe nel bel mezzo della visione e grazie alla loro immaginazione di iniziare a “vedere” i personaggi che in realtà non vengono mai mostrati sullo schermo. In misura fortunatamente attenuata, l’effetto-Blue è ciò che possiamo sperimentare anche nel film di Jonze, giungendo addirittura ad immaginare le fattezze della voce di Samantha. Quando ciò accade, è l’intera sceneggiatura che prende corpo, non solo uno dei personaggi del film. L’esperienza filmica, semmai vi fosse bisogno di ribadirlo, è esattamente il libero concorso tra la  sapienza del regista e degli sceneggiatori, l’interpretazione degli attori e l’inserzione proattiva dello spettatore non più solamente inquadrabile come spectator, ma piuttosto come “spectactor”. Per tutta questa serie di ragioni, non sembri strano che “Lei” abbia vinto il premio per la migliore interpretazione femminile alla VIII edizione del Festival del Film di Roma del 2013, il Golden Globe 2014 per la miglior sceneggiatura e l’Oscar 2014 per la miglior sceneggiatura non originale.

Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 16 Marzo 2014

Guarda il film “Blue” di Derek Jarman 

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