Filosofia del Cinema

Il Barbonaggio: sperimentazioni teatrali e filmiche

In filosofia del cinema on 23 febbraio 2014 at 09:29

Ogni volta che parlo con me Chiarello Q

“Qualcuno ha sentito?” è la domanda che, proferita da un attore su un palcoscenico pressoché vuoto, riecheggia in un teatro deserto. L’uomo, vestito con un lungo impermeabile consunto, i capelli e la barba lunghi, è in realtà Ippolito Chiarello e quanto appena descritto costituisce la scena finale del film “Ogni volta che parlo con me”  che lo stesso artista ha firmato insieme a Matteo Greco. Si tratta di un mediometraggio in cui si racconta una delle più interessanti vicende artistiche degli ultimi anni, il cosiddetto “barbonaggio teatrale”. Già nel 2008 Chiarello portò in scena uno spettacolo basato sul libro di Maksim Cristan “Fanculopensiero”. La tiepida accoglienza avuta soprattutto da parte del “teatro ufficiale” indusse l’artista salentino ad escogitare un nuovo percorso artistico, frammentando lo spettacolo e proponendolo in luoghi canonicamente poco ortodossi (distributori di benzina, case, supermercati). In seguito a quella spinta propulsiva, lo spettacolo approdò in 120 città italiane e nelle principali capitali europee. Il film, che verrà presentato il prossimo 26 Febbraio a Calimera, è appunto il resoconto di questo artistico peregrinare, ma può essere considerato esso stesso una forma di sperimentazione. Vediamo dunque il barbone-Chiarello giungere nelle diverse città, allestire il suo precario palchetto e cercare di volta in volta una forma inedita di contatto con un pubblico almeno all’inizio guardingo e diffidente. Anche da questo punto di vista, il film ricorda l’atteggiamento che molti spettatori ebbero agli inizi del secolo scorso di fronte ai film delle avanguardie artistiche. Quei filmati  in cui si dava spazio a sperimentazioni visive o si mostravano frammenti disarticolati della realtà (si pensi a “Un cane andaluso” del 1929 di Luis Buñuel e Salvador Dalí) suscitarono – e non poteva essere altrimenti – reazioni contrastanti. In effetti, quando la forma si fa carico di esprimere una sostanza che propone di ritornare alle cose stesse, recuperando una ingenuità dello sguardo in grado di ripristinare i coefficienti originari degli esseri, allora l’estraneazione e lo sgomento indotti nello spettatore comune non costituiscono un difetto, ma una nota di pregio. Greco e Chiarello avrebbero addirittura potuto osare un affidamento più fiducioso alla naturale eloquenza espressiva del mezzo filmico cui non necessariamente occorre il continuo ricorso ad una voce fuori campo.

“Ogni volta che parlo con me” è un’opera che convintamente attraversa il territorio che dall’estetica conduce all’etica. In fondo, chiedere metaforicamente se “qualcuno ha sentito?” significa coraggiosamente interrogarsi sull’efficacia di forme di espressione non convenzionali (ed il barbonaggio di sicuro lo è) in relazione alla loro capacità di coinvolgere lo spettatore, destinatario di un messaggio tanto palingenetico quanto salvifico.

Sono maturi i tempi perché a quella domanda in molti possano rispondere positivamente?

[Pubblicato nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 23 Febbraio 2014].

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