Filosofia del Cinema

Scegliere il proprio destino

In filosofia del cinema on 16 febbraio 2014 at 13:52

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“Io e Amandine abbiamo deciso di sposarci”, annuncia Guillaume alla madre, ricevendo in cambio una domanda, pronunciata con glaciale e non celato scetticismo: “Con chi?”. Il giovane Guillaume e la madre sono i principali protagonisti del film “Tutto sua madre” (titolo originale: “Les Garçons et Guillaume, à table!”) che sta spopolando in Francia, avendo raccolto due milioni di spettatori e sette milioni di euro in due settimane. Il film, che ha vinto a Cannes nella sezione Quinzane, è un adattamento cinematografico dello spettacolo che Guillaume Gallienne ha tenuto in teatro, vincendo il premio Molière 2010 come rivelazione teatrale maschile. Una prima particolarità del film sta nel fatto che i due personaggi principali sono interpretati proprio da Guillaume Gallienne, attore della prestigiosa Comédie-Française, che del film è anche regista.

La seconda particolarità consiste nella difficoltà di ascrivere il film ad un genere specifico. Per intendersi, diciamo che si tratta di una commedia, sebbene con tali e tante modulazioni da assomigliare ad un film tragico. Lo stile del film si adatta in effetti alla storia tragicomica che intende rappresentare, la vicenda di Guillaume che, fin da bambino, è stato considerato un omosessuale, soprattutto dalla madre. Egli è sistematicamente destinatario di definizioni che ne minano l’identità: “Sei talmente omosessuale da essere diventato lesbica” è una delle frasi più gentili che gli sono rivolte. In questo modo, il ragazzo è divenuto adulto convinto a tal punto di essere una donna da ritenere normale cercare di imitare la madre, nella voce, nei gesti, nella postura. Il patologico legame tra i due si alimenta dalle gratificazioni che il ragazzo riceve per il fatto di essere dipendente dalla donna. Il regista mostra il tentativo di Guillaume di realizzare il destino a lui riservato. Lo vediamo confrontarsi inutilmente con una schiera di psicoterapeuti, sostenere la visita militare sotto lo sguardo divertito degli ufficiali, tentare un goffo approccio gay in una discoteca. Tutto cambia, però, quando Guillaume incontra la giovane Amandine di cui si innamorerà, ricambiato. “Tutto sua madre” è un film sul senso della diversità, sul modo in cui è facile attribuire agli altri stereotipi o pregiudizi che nascono da una distorta interpretazione del nostro stare al mondo. Dal punto di vista di Guillaume, il film è anche un contemporaneo ritratto dell’inettitudine, del disagio esistenziale che si può provare fino a quando non si sia trovata la propria esatta collocazione nel mondo. L’amarezza del film risiede nella verità che scoperchia: la genitorialità non è – duole dirlo – sempre e comunque l’orizzonte paradisiaco cui si è naturalmente portati a credere.

Aveva dunque ragione Kafka quando nei suoi “Diari” scriveva: “I genitori che si aspettano gratitudine dai figli (e c’è persino chi la pretende) sono come usurai: rischiano volentieri il capitale pur di incassare gli interessi”.

[Pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 16 Febbraio 2014].

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