Filosofia del Cinema

Resistere al precariato

In filosofia del cinema on 9 febbraio 2014 at 11:00

Smetto-quando-voglioPietro Zinni (Edoardo  Leo) è un neurobiologo universitario precario che a 37 anni si vede negata la stabilizzazione a lungo promessa. Una vita, la sua, già abbondantemente liquida rischia di diventare del tutto evanescente. Stressato dalla fidanzata, Giulia (Valeria Solarino), psicologa di professione, ma del tutto incapace di immedesimarsi nella situazione del compagno, lo vediamo dibattersi per ottenere un finanziamento di fronte ad una autorevole commissione internazionale e rimanere incredulo perché un collega meno brillante ha ottenuto l’agognato posto a tempo indeterminato. Incredulo, di fronte all’alternativa di veder incanalata la propria eccellenza in lavori da settecento euro al mese, Pietro decide di ribellarsi. Il suo piano prevede di fare appello ad altri suoi colleghi precari per formare una banda di spacciatori di una nuova droga “legale”. La principale sostanza chimica che la compone, infatti, non risulta ancora inserita nell’elenco ministeriale delle sostanze proibite. Il film “Smetto quando voglio” del giovane esordiente Sidney Sibilia ha il merito di porre al centro dell’attenzione un fenomeno drammaticamente attuale nella forma di una commedia. Di fronte alle azioni dell’improbabile banda criminale, in sala si ride molto, aiutati anche da un montaggio veloce, da una gestione dei colori che li satura, rendendo gli ambienti rappresentati analoghi a quelli di una metropoli americana (molto bravo Vladan  Radovic, direttore della fotografia).

Alla fine della visione, gli spettatori applaudono convintamente. Si può escludere che l’applauso risponda ad una sorta di impulso liberatorio? Francamente, no.

Se è vero, infatti, che la storia è godibile, non è meno vero che essa solleva un problema cruciale non solo per le sorti dei personaggi implicati, ma più in generale per il nostro Paese in cui lo scempio del precariato intellettuale è sistematicamente perpetrato. Detto in termini volutamente generali, se i ricercatori studiano in anticipo le soluzioni ai problemi comuni, non agevolare o, peggio, ostacolare il loro lavoro significa rinunciare ad un futuro migliore per tutti. Chi ha interesse a che questo avvenga? Le responsabilità possono essere equamente ripartite tra le forze politiche di tutti gli schieramenti?

Per aver saputo individuare l’esatta chiave per affrontare un argomento delicato, del film di Sibilia è consigliata la visione. Possono dunque essere trascurate alcune cadute di tensione che si avvertono ad un certo punto della trama, mentre va segnalato che la scena della rapina in farmacia possiede i tempi perfetti della migliore comicità, venendo in qualche modo ad assomigliare alle “slapstick comedies”, risalenti al cinema di Mack Sennett, le cosiddette comiche violente, in cui tra schiaffi, calci e inseguimenti, prevaleva il linguaggio del corpo e il sincronismo tra gli attori.

In “Smetto quando voglio” si ride molto. Ma si pensa, anche. E questo, soprattutto oggi, non sembra poco.

[Pubblicato nella rubrica Punctum del Nuovo Quotidiano di Puglia del 9 Febbraio 2014]

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