Filosofia del Cinema

L’impossibile transito delle identità

In filosofia del cinema on 19 gennaio 2014 at 10:39

attentat 1Amin Jaafari (Ali  Suliman) è un affermato chirurgo palestinese, ben integrato a Tel Aviv dove lavora ed è sposato con Siham (Reymonde  Amsellem), una donna palestinese. Il loro matrimonio è pressoché perfetto: bella casa, begli amici, bei rapporti sociali. All’inizio del film “L’attentat” del regista libanese Ziad Doueiri, il medico sta per ricevere una importante onorificenza da parte della società chirurgica israeliana, quando il suo telefonino squilla all’improvviso. “Mi dispiace, non posso parlare” sono le uniche parole che riesce a pronunciare, prima di salire sul palco per la consegna del premio. Nella sequenza successiva ambientata il giorno seguente, mentre il medico è in ospedale, si sente l’eco di una esplosione. Si tratta di un attentato suicida. In pochi minuti, le corsie dell’ospedale si riempiono di feriti, tra cui molti bambini. La scena è ripresa con molti particolari dal regista ed è oggettivamente difficile da sostenere. All’interno di uno scenario già allarmante, succede l’imponderabile: Amin viene accusato dai servizi segreti israeliani di essere il complice dell’attentatrice che, con grande sorpresa dello spettatore e del protagonista del film, si scopre essere proprio Siham, la moglie.

Yasmina Khadra - coverLa storia raccontata nel film è tratta dal romanzo “L’attentatrice” di Yasmina Khadra, edito in Italia da Mondadori. Si tratta di un percorso narrativo avvincente che attraversa diverse fasi: l’ostinata incredulità dell’uomo, l’ardua accettazione della realtà, la difficile ricerca delle ragioni della scelta compiuta dalla moglie. Per cercare di rendere giustizia alla memoria della moglie, Amin decide di tornare nel villaggio palestinese che la moglie frequentava. Qui è riconosciuto come marito della “martire”, ma non è ben accolto perché considerato una possibile spia degli israeliani. L’uomo tocca con mano cosa significhi l’inconciliabilità di posizioni tanto distanti da rendere impossibile qualsiasi dialogo. Nelle malferme stradine del villaggio palestinese, così come nelle eleganti vie di Tel Aviv, il medico israelo-palestinese si rende conto che è sempre in nome del dolore subìto che si ritiene di aver diritto di procurare il dolore altrui, all’interno di una spirale transitiva di violenza che attribuisce al proprio patire una precedenza che giustifica l’azione aggressiva nei confronti degli altri.

Il regista riesce a delineare molto efficacemente lo scenario di incomunicabilità entro cui i protagonisti si muovono ed anche lo sconcerto dell’uomo, che non riesce a darsi pace di fronte alla immaginata risolutezza del gesto della moglie. Alla fine del film, Amin riuscirà a recuperare la videocassetta in cui sono ripresi gli ultimi istanti di vita della moglie, prima dell’attentato. Con sgomento, scoprirà l’incertezza della moglie di fronte a ciò che stava per compiere; la vedrà implorare i complici di avere un telefono; la vedrà comporre un numero ed attendere una risposta. “Mi dispiace, non posso parlare”.

[Nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 19 Gennaio 2014].

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