Filosofia del Cinema

Forme contemporanee di alienazione

In filosofia del cinema on 14 dicembre 2013 at 13:59

DON JON

“Se fin dalla prima occhiata una fanciulla non ci fa così profonda impressione da evocare l’Ideale, allora la realtà non è di solito particolarmente degna di essere desiderata”. Queste parole tratte dal “Diario di un seduttore” di Soeren Kierkegaard, nonostante la differenza di contesto, potrebbero ben descrivere la situazione in cui viene a trovarsi il protagonista del film “Don Jon” di Joseph Gordon-Levitt.

Jon Martello Jr., soprannominato Don Jon, è un ragazzotto muscoloso la cui principale attività consiste nel rimorchiare settimanalmente un certo numero di ragazze, attentamente selezionate con una giuria di amici. Questo fluire gaudente di corpi femminili viene interrotto dall’arrivo di Barbara (Scarlett Johansson), una ragazza bellissima, destinata a far diventare fedele l’irrequieto Jon. All’inizio, in effetti, è così: il ragazzo decide di iscriversi ad un corso serale e sembra effettivamente coinvolto nel legame affettivo. Nella vita di Jon c’è, però, un’altra presenza irrinunciabile: i filmati pornografici che il ragazzo vede in continuazione. In effetti, il titolo originale del film “Don Jon’s Addiction” introduce più immediatamente alla tematica del film, dedicata ad una delle forme di dipendenza oggi più invasive a causa della diffusione di internet.

Jon è perennemente insoddisfatto di ogni contatto umano che, valutato alla luce dell’illusione della perfezione del godimento restituita dal porno, viene automaticamente ritenuto non degno di essere vissuto fino in fondo. Da questo punto di vista, la dipendenza di Jon è una vera e propria alienazione. Sarà solo l’incontro con Esther (Julianne Moore), una vedova incontrata nel corso serale, a far prendere coscienza che il mondo del porno non è il luogo ideale dove rifugiarsi, ma piuttosto una caricatura, modellata per giunta sull’immaginario maschile a senso unico. Un’intesa, anche sessuale, autentica si realizza solo quando è biunivoca e quando si sia effettivamente in grado di porsi in ascolto dell’altro. Questi concetti da abecedario della vita affettiva suonano nuovi per Jon che si troverà così di fronte ad una scelta importante.

Il film avrebbe potuto scegliere molte strade. L’esordiente regista, nonché interprete principale, Joseph Gordon-Levitt sceglie la più scivolosa, delineando un contesto e dei personaggi del tutto improponibili perché saturati già nelle rispettive caratteristiche principali: Jon finisce con il diventare uno spavaldo coatto in grado di non trovare alcuna contraddizione nel recitare le penitenze dettate dal confessore durante gli esercizi in palestra; Barbara è una sorta di bomba sexy inspiegabilmente attratta da una vita da casalinga disperata; Esther recita fin troppo il ruolo della vedova non troppo inconsolabile. In queste condizioni, qualunque tentativo di far pensare, non dico a Kierkegaard, ma al tema proposto dallo stesso film scade francamente nel ridicolo.

 

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