Filosofia del Cinema

Jasmine: una parabola discendente (e prevedibile)

In filosofia del cinema on 7 dicembre 2013 at 10:33

blue jasmine 1

In “Blue Jasmine” Woody Allen mostra la parabola discendente di Jasmine (Cate Blanchett), una raffinata borghese di Park Avenue, che in seguito alla débâcle finanziaria del marito, all’improvviso si trova costretta ad aver bisogno dell’assistenza della sorella Ginger (Sally Hawkins) dalla quale è separata da una distanza abissale, non solo in termini geografici. Trasferitasi a San Francisco, ormai indigente, Jasmine subisce una vera e propria metamorfosi.

Il regista ricorre a continui flashbacks per raccontare la storia delle due distinte Jasmine: gli antichi privilegi da un lato e dall’altro i tentativi della donna di ritrovare una collocazione lavorativa, una nuova storia d’amore, il rapporto con la sorella finalmente ritrovato e di nuovo perso. A tutto ciò fa da contorno una piuttosto stramba galleria di personaggi, il più interessante dei quali è il Dr. Flicker (Michael Stuhlbarg), il dentista presso cui Jasmine lavora da segretaria, cui si deve la battuta a mio avviso più incisiva di tutto il film: “Uno scopre un sacco di cose guardando nella bocca degli altri”. Tuttavia, è proprio questo il punto: se il personaggio più interessante del film è un dentista, peraltro insulso, allora è segno che qualcosa nel film non va. La sceneggiatura del film è evidentemente stata scritta per porre in risalto il ruolo della protagonista. A questo risultato lavora in effetti tutto il cast (Alec Baldwin, Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay oltre la già citata Sally Hawkins), che dunque andrebbe menzionato almeno nel ruolo di comprimario, prima ancora di intonare il “Te Deum” nei confronti della pur brava Blanchett. Rispetto ad alcuni film precedenti di Allen, va senz’altro riconosciuto che “Blue Jasmine” possiede uno spessore diverso, suggerito dallo stesso regista che, in una intervista alla “Rivista del Cinematografo”, ha paragonato la protagonista del suo film a Medea.

Personalmente ho trovato a tratti irritante il ricorso ripetuto ai flashbacks di cui il film è infarcito. Anche questo particolare contribuisce a rendere monotona la vicenda della donna. Rispetto a questo prevedibile piano della finzione, infatti, a ben poco servono i contorcimenti stereotipici del personaggio interpretato dalla Blanchett (l’abuso di psicofarmaci, il continuo trangugiare alcool), sullo sfondo di una lower class il cui ritratto appare fin troppo convenzionale (uomini sudaticci in canottiera incapaci di una conversazione degna di questo nome).

Devo ammettere che, in sala, ho veramente sperato che il film finisse il più presto possibile, rimanendo per primo sorpreso da questa sensazione, almeno in parte attribuibile alla ovvietà di una trama che rivela lo stesso appeal di una equazione matematica di cui sia già noto il risultato.

A beneficio degli attenti lettori di questa rubrica, sembra giusto menzionare che nel giudizio dei più autorevoli critici, “Blue Jasmine” è invece un film assolutamente di valore. Valgano per tutti le parole di Laurence Phelan, critico del “The Indipendent”, che ha definito il film “oro puro”.

[Nella Rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia di Domenica 8 Dicembre 2013].

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