Filosofia del Cinema

In balìa: Venere in Pelliccia di Roman Polanski

In filosofia del cinema on 21 novembre 2013 at 18:37

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Vanda (Emmanuelle Seigner) è un’attrice di teatro interessata a sostenere il provino per il ruolo di protagonista in una pièce teatrale, adattamento del libro di Leopold Von Sacher-Masoch, “Venus in Fur” del 1870. Giunta in ritardo in teatro, incontra il regista, Thomas (Mathieu Amalric), al quale riesce a strappare la possibilità di effettuare l’audizione. Già in questa prima scena di “Venere in pelliccia”, ultimo film di Roman Polanski, c’è la cifra dell’intero film: Thomas agisce, essendo agito, completamente ammaliato dalla donna. Nella pièce teatrale che i due protagonisti provano, Vanda interpreta la duchessa Wanda von Dunajew, che incontra il nobile Gregor, interpretato dallo stesso Thomas, e stabilisce con lui una singolare relazione che li porterà a sottoscrivere un contratto formale in cui l’uomo si impegnerà ad essere letteralmente lo schiavo della donna per un anno. Sul palcoscenico, in un intrigante gioco di specchi, Vanda e Thomas entrano ed escono dai personaggi che interpretano, per commentare la plausibilità dell’adattamento teatrale e l’efficacia delle battute. Per il tramite di questo espediente, i due personaggi attraversano ogni possibile sfumatura del binomio dominanza-sottomissione. Accompagnati nelle loro geometrie variabili dalla musica a tratti inquietante di Alexandre Desplat, con un ritmo che diventa sempre più martellante, i due protagonisti si alternano in un gioco di seduzione, potere, immaginazione, venendo ad essere l’uno in balìa dell’altro.

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Il film di Polanski è davvero singolare, nella sua essenzialità: due soli attori, un’unica scena, quella del teatro dove i due interpreti fanno le prove dello spettacolo. In assenza di qualsivoglia possibile orpello, balza subito agli occhi lo spessore della prova attoriale (molto significativa l’interpretazione della Seigner). È difficile negare che il film proponga una riflessione sui ruoli all’interno del rapporto di coppia, sulla seduzione, sul  potere, sulla fascinazione, sulla devozione assoluta. Se tradizionalmente il genere maschile è accostato alla forza, alla virilità ed il genere femminile alla gentilezza, alla sensibilità, nell’attraversamento delle identità vissuto dai protagonisti del film, le summenzionate caratteristiche, una volta ascritte al genere, si “con-fondono”, si fondono insieme.

In generale, “Venere in pelliccia” suggerisce la necessità di una nuova tematizzazione dello stesso senso del maschile e del femminile. Per questo il film è assolutamente attuale: oggi, infatti, la pur salutare azione dei difensori delle differenze di genere ha prodotto, per una sorta di eterogenesi dei fini in linea con il politicamente corretto, l’abrogazione della legittimità del richiamo alle specificità dei generi, sostituiti – mi pare – da un viraggio verso il neutro, alieno perfino all’umano di cui vorrebbe cogliere l’essenza.

Nella rubrica Punctum del Nuovo Quotidiano di Puglia di Domenica 24 Novembre.

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