Filosofia del Cinema

Dentro ed oltre la frammentarietà: “Oh Boy” di Jan Ole Gerster

In filosofia del cinema on 2 novembre 2013 at 11:58

Oh Boy!

“L’unica cosa che posso fare per te è non fare più nulla” è la frase con cui il padre di Niko (Tom Schilling), ventenne protagonista del film di Jan Ole Gersten “Oh Boy. Un caffè a Berlino”, comunica al figlio che da quel momento in poi non lo sosterrà più nella vita universitaria. Sì, perché, ha appena scoperto che il figlio da due anni l’università l’ha abbandonata senza comunicare la sua decisione alla famiglia, ma anzi alimentando la speranza che gli studi stiano procedendo nel migliore dei modi. In realtà, a Berlino dove vive, Niko è soprattutto intento a lasciarsi trascinare dalla frammentarietà in cui è immerso: fugaci storie affettive, amicizie passeggere, incontri precari. Niko vive la superficie delle cose, almeno apparentemente non intenzionato a trovare il vero punto di contatto con esse. La vita gli scivola semplicemente addosso e fugge via. Da questo punto di vista, il ragazzo farebbe felici gli studiosi di Bauman perché rappresenta la perfetta incarnazione dell’età liquida in cui siamo immersi. Il regista sceglie di seguire Niko con la camera a mano nelle vie della città tedesca. Diventiamo così suoi compagni di strada mentre va a procurarsi la droga o mentre incontra Julika (Friederike Kempter), vecchia compagna di scuola ed ora brillante interprete teatrale d’avanguardia. L’espressione del volto di Niko è un condensato antropologico: astenico, non ride mai, ma anzi guarda le persone con fare interrogativo, come in attesa di una scintilla in grado finalmente di commuoverlo.

Una sera, in un bar, Niko viene avvicinato da Friedrich (Michael Gwisdek), un vecchietto che, non richiesto, inizia a raccontare frammenti della sua vita. La presenza dell’uomo è fastidiosa ed importuna, ma è soprattutto la sua insistenza nell’affermare di non capire più il senso delle parole degli altri ad incuriosire il giovane. Niko allora inizia a chiedere e, facendo ciò, inavvertitamente dischiude il guscio in cui la sua esistenza è precipitata. Tuttavia, proprio il momento che celebra la fine di una clausura è destinato alla drammatica brevità imposta dall’irruzione della morte, evento per antonomasia inatteso, che giunge a comporre il senso dei frammenti sparsi delle nostre esistenze.

Pluripremiato in patria con sei German Academy Awards, il film in bianco e nero dell’esordiente Gerster è stato accostato alla Nouvelle Vague o al cinema di Woody Allen. In effetti, in “Harry a pezzi”, il regista newyorchese aveva tratteggiato i contorni di un personaggio che, per certi versi, richiama il protagonista di “Oh Boy”. Nel film di Gerster la protagonista è anche la città di Berlino, nella parte finale magnificamente fotografata all’alba, inizio di un nuovo giorno. Una scelta, questa, che se, da un lato, costituisce una citazione di “Berlino, sinfonia di una grande città”, film del 1927 di Walther Ruttmann, dall’altro lato simboleggia il ridestarsi alla vita di un giovane finalmente consapevole di quanto Seneca scrive nelle “Lettere a Lucilio”: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili”.

TRAILER SU YOUTUBE

[La recensione è stata pubblicata sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 3 Novembre 2013].

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