Filosofia del Cinema

Lo spiraglio e la forza della grazia che salva

In filosofia del cinema on 22 ottobre 2013 at 13:36

Tirannosauro 1Joseph è un alcolista che non riesce a tenere sotto controllo la rabbia nei confronti del mondo intero, e, nella prima scena di “Tirannosauro” di Paddy Considine, viene ripreso mentre massacra a bastonate il suo amatissimo cane. Un giorno, in preda all’ennesima crisi nervosa, entra nel piccolo negozio di articoli religiosi di Hannah, nascondendosi goffamente tra i vestiti usati. La donna non si lascia intimorire dalla presenza dell’uomo e, dopo avergliene chiesto il permesso, si inginocchia a pregare per lui. Il comportamento di Hannah ha l’effetto di scardinare, almeno momentaneamente, il grumo di odio generalizzato di Joseph e costituisce l’inizio di un legame flebile tra i due che costituirà il leitmotiv del film il cui titolo, “Tirannosauro”, è costituito dal nomignolo, non proprio affettuoso, che Joseph aveva riservato alla moglie il cui incedere era avvertibile a grande distanza in ragione di un eccessivo peso corporeo. Questo particolare è in grado di rivelare qualcosa in più dell’indole di Joseph, un uomo annebbiato dall’alcool e ritratto in una stazione dell’esistenza che potrebbe tranquillamente essere dichiarata l’ultima. È proprio la relazione con Hannah a modificarne il destino, soprattutto nel momento in cui la donna viene brutalmente picchiata dal marito per essere sospettata di avere una relazione proprio con Joseph. La rabbia, dunque, nella sua forma più disumanizzante e transitiva, in grado di contagiare le azioni degli interpreti, nessuno escluso, si costituisce ad interprete principale del film.

“Tirannosauro”, uscito in Italia nel 2013, si avvale della straordinaria interpretazione di Peter Mullan (Joseph) e Olivia Colman (Hannah), premiati, insieme al regista Considine al Sundance Film Festival del 2011. In particolare, Peter Mullan è una vera e propria istituzione del cinema scozzese non solo per essere stato regista di “Magdalene”, che nel 2002 gli valse il Leone d’Oro a Venezia, ma per essere uno degli attori preferiti di Ken Loach (basti ricordare l’interpretazione in “My name is Joe”, che nel 1998 fu premiata con la Palma d’Oro a Cannes).

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare in base alla sinossi del film, “Tirannosauro” non è un film di denuncia sociale. Il “punctum”, cioè quell’elemento che, caratterizzando dall’interno un film, ci colpisce come un pungolo non lasciandoci indifferenti, è rappresentato non dalla rabbia ipertrofica di Joseph né dai problemi sociali che potrebbero esserne alla base, ma da una religiosità, misteriosa ed ineffabile, di cui il film è intimamente pervaso. Infatti, nel punto più basso della parabola delle proprie esistenze, nel punto di contatto con il male più assoluto, Joseph e Hannah lasciano aperto uno spiraglio per il cui tramite si annuncia la presenza di una dimensione misteriosa dalla quale, pur fra mille resistenze, si lasciano plasmare. Questa trascendente grazia salvifica non si annuncia attraverso percorsi confessionali predefiniti, ma è come un vento che giunge a scompigliare, inatteso, la sventura annunciata a cui i due esseri sembravano destinati.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: