Filosofia del Cinema

L’anelito verso la Verità

In filosofia del cinema on 28 settembre 2013 at 12:44

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Giunge in questi giorni nelle sale italiane il film “La religiosa” del regista Guillaume Nicloux, basato su un soggetto scritto alla fine del Settecento da Denis Diderot. Forse per questa nobile ascendenza, i critici stanno profondendo non pochi sforzi nel tentativo di valutare la fedeltà del film al testo del filosofo francese oppure gli elementi di continuità rispetto alla precedente trasposizione cinematografica realizzata da Jacques Rivette nel 1966. Fortunatamente la ricostruzione dell’intenzione originaria di un autore rappresenta solo uno dei modi di valutare un’opera d’arte.

Il film di Nicloux permette di soffermarsi sull’attualità e consistenza di quel particolare anelito all’autorealizzazione che condurrà la protagonista del film, la giovane Suzanne, a scegliere caparbiamente per sé un destino completamente diverso da quello prospettatole dalla famiglia. “Aiutami ad espiare la colpa della tua nascita” è, infatti, la frase con cui la madre cerca di convincere Suzanne, frutto di una relazione clandestina, ad entrare in convento. La ragazza si trova così, giovanissima, dietro le grate di un convento di clausura dove dovrà confrontarsi con stili diversi di direzione spirituale: alla sincera accoglienza da parte di Madame de Moni (Françoise  Lebrun), prima madre superiora incontrata nel convento Sainte Marie, farà da contraltare la conduzione restrittiva imposta dalla superiora Christine (Louise Bourgoin) le cui sevizie saranno successivamente punite dalle stesse autorità ecclesiastiche.Suzanne, in ogni genere di umiliazione, rimarrà convinta del fatto che la fedeltà più grande sia dovuta alla Verità piuttosto che alle istituzioni in cui la Verità dovrebbe essere cercata. Sarà questo il motivo che la porterà a scrivere segretamente un memoriale che, quasi per miracolo, riuscirà a giungere nelle mani del padre naturale, il Barone de Lasson (Lou  Castel), fino ad allora all’oscuro di avere una figlia.

Alcuni critici si sono soffermati sul ruolo – peraltro secondario – della superiora del convento di Saint Eutrope, interpretata da Isabelle Huppert, la quale in ragione di uno scompenso affettivo che rasenta la patologia si innamorerà della giovane Suzanne. Tuttavia, pur comprendendo la “pruderie” insita in questo risvolto della storia, non mi pare che l’interpretazione della Huppert sia tale da giustificare alcuna particolare narrazione. Ciò che invece andrebbe giustamente posta in evidenza è l’eccellenza dell’interpretazione della giovane Suzanne da parte di Pauline Étienne, giovane attrice belga che a ventiquattro anni ha all’attivo più di quindici film.

In conclusione, la vicenda di Suzanne continua ad interpellare il nostro rapporto con la verità nei confronti della quale ogni tentativo di prensione risulta superfluo, come aveva ricordato John Locke nella “Lettera sulla tolleranza”: “Bisognerebbe desiderare che si permettesse un giorno alla verità di difendersi da sé. […]. La verità non ha bisogno della violenza per trovare ascolto presso lo spirito degli uomini, e non la si può insegnare per bocca della legge. Sono gli errori a regnare grazie a soccorsi estrinseci presi a prestito dal di fuori. Ma la verità se non afferra l’intendimento con la sua luce, non potrà riuscirci con la forza altrui”.

[Pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 22 Settembre 2013]

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