Filosofia del Cinema

“Bling Ring”: Identificarsi con il nulla

In filosofia del cinema on 28 settembre 2013 at 12:58

bling-ring

“Bling Ring” di Sofia Coppola, film d’apertura nella sezione ‘Un certain regard’ del Festival di Cannes 2013, si ispira ad una serie di articoli pubblicati dalla giornalista di Vanity Fair Nancy Jo Sales in merito alle razzie di un gruppo di adolescenti nelle ville dei cosiddetti vip (Paris Hilton, Lindsay Lohan, Audrina Patridge, ecc.) da cui nel periodo dall’ottobre 2008 all’agosto 2009 sottrassero articoli di moda e di lusso per un totale di tre milioni di dollari.

La regista mostra dunque le vicende di questa banda di scellerati, tra cui spiccano Marc (Israel Broussard), Rebecca (Katie Chang) e Nicki (Emma Watson), facendo spesso uso della camera a spalla, dello slow motion ed alternando materiali visivi appartenenti a generi diversi con il risultato di fornire una attinenza assoluta alla realtà che il film intende rappresentare. La visione del film di Sofia Coppola andrebbe rigorosamente prescritto ai genitori perché restituisce in modo oggettivo le conseguenze cui si possa pervenire quando si consente ai propri figli di seguire modelli di riferimento frivoli e senza significato.  Ciò che conta non è tanto l’inconsapevole attraversamento del confine tra lecito ed illecito, perpetrato dai protagonisti, quanto il movente di quelle azioni, comunque deprecabili. È quando si inizia a ragionare sui moventi che ci si rende conto che nessuno può dirsi immune dal contagio di una mentalità che ha fatto della rinuncia al pensare la sua bandiera. L’appropriazione indebita di vestiti e gioielli, messa in atto dai ragazzi ai danni dei loro beniamini, non è solo un furto, ma è il gesto che al tempo stesso completa e sublima il desiderio di identificazione con quei modelli. In un certo senso, questo è ancora più desolante. Si tratta dell’ultimo atto di una vita senza regole e autorità riconosciute, simbolizzata dal “perché no?”, vera e propria cifra di un’epoca votata completamente alla deresponsabilizzazione. La possibilità di ravvedimento sembra esclusa. Anche dopo l’arresto, infatti, i protagonisti del film vivranno intrappolati nel ruolo che si sono scelti: intervistati dai giornali di moda oppure ospiti nei talk show o ancora destinatari di centinaia di richieste di amicizia su Facebook in una perenne reiterazione dell’effimero.

Il film mostra quanto pervasiva sia l’influenza del non senso nella vita di questi adolescenti, ma anche la totale incapacità dei genitori di questi ragazzi di suggerire modelli alternativi validi.

Secondo le categorie formulate dallo psicanalista Massimo Recalcati nel libro “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre” (Feltrinelli, 2013), potremmo parlare di “figli-Narciso”. Tramontata definitivamente l’autorità della figura paterna in conseguenza, tra l’altro, della crisi valoriale che attraversa l’Occidente, ci troviamo di fronte a genitori e figli senza riferimenti certi. In una anomia pressoché totale, gli adulti non vogliono smettere di essere giovani, i figli brancolano in un tempo senza orizzonte.

[La recensione è stata  pubblicata nella rubrica PUNCTUM del Nuovo Quotidiano di Puglia del 29 Settembre 2013].

 

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