Filosofia del Cinema

La deiezione dell’umano

In filosofia del cinema on 15 settembre 2013 at 21:53

Dopo “Khadak” (2006) e “Altiplano” (2009), i registi belgi Peter Brosens e Jessica Woodworth, in “La quinta stagione”, ultimo episodio della trilogia, ci portano in un villaggio delle Ardenne, dove gli abitanti si apprestano a celebrare la tradizionale cerimonia del falò con cui tradizionalmente si intende salutare l’inverno che finisce. Il film, premio “Arca Cinemagiovani” nella 69.ma mostra del Cinema di Venezia, ci mostra dunque l’assorta processione della popolazione verso la periferia del villaggio dove sono stati accatastati i rami degli alberi da bruciare. Inspiegabilmente, però, il fuoco non riesce ad attecchire, nonostante i numerosi tentativi degli abitanti del villaggio. Il silenzio si impadronisce così dell’intera scena, vissuta come un presagio funesto. Nei giorni seguenti, altri inattesi accadimenti giungono a turbare la vita degli abitanti del villaggio. Le api da cui si attendeva il miele sono sparite, le mucche non danno più latte, gli alberi ormai rinsecchiti cadono da soli, i pesci del vicino torrente galleggiano senza vita. In pratica, il ritmo delle stagioni si è interrotto.

Attoniti, gli abitanti cercano risposte plausibili per fronteggiare la situazione. Pol (Sam  Louwyck), un apicultore già filosofo di professione, che ora vive in una roulotte parcheggiata nel villaggio, suggerisce di far fronte comune, condividendo i beni rimasti, dando prova di essere una vera comunità.  Le sue parole, tuttavia, non solo cadono nel vuoto, ma sono irrise e considerate alla stregua di un’interferenza da punire con la morte. Pol, in quanto diverso, sarà così catturato e sacrificato nel vano e folle tentativo da parte degli abitanti del villaggio di recuperare una condizione di incontaminatezza, follemente ritenuta in grado di salvarli. In realtà, in questo modo dimostreranno soltanto che la morte non si è limitata ad agire al livello della natura, ma ha contagiato ormai anche le loro menti. A questa deiezione dell’umanità vi sono eccezioni. Il giovane Thomas (Django  Schrevens), che insieme alla fidanzata Alice (Aurélia  Poirier), si era opposto alla uccisione di Pol, riuscirà a portare in salvo Octave (Gill  Vancompernolle), il figlio di Pol. Il film, mostrando i due ragazzi che si allontanano dal villaggio, si chiude dunque con una lieve nota di speranza, pur nella grave irrimediabilità delle vicende narrate.

L’ispirazione alle pitture di Bruegel e Bosch e la fotografia di Hans Bruch Jr, che – tra le altre cose – sceglie di spegnere progressivamente i colori man mano che la storia si sviluppa, rappresentano indubbi motivi di interesse del film.

A mio avviso, tuttavia, il principale merito de “La quinta stagione” sta nel clima di sospensione che i due registi riescono ad infondere al film. L’intera vicenda portata in scena è infatti in bilico, dall’inizio alla fine. In quest’aura di indeterminatezza lo spettatore troverà motivi per riflettere non solo sul rapporto tra uomo e natura, ma anche sul senso di quell’abbruttimento che l’uomo è disposto ad autoinfliggersi pur di sottrarsi alla responsabilità del pensare.

la quinta stagione

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