Filosofia del Cinema

Cantare la vita: una canzone per Marion

In filosofia del cinema on 15 settembre 2013 at 21:55

Canzone Marion“Quando non c’è più niente da fare: patatine e gelato”. Sono le parole pronunciate da un’oncologa nel comunicare ad Arthur e Marion, due coniugi affiatatissimi, che alla donna rimangono purtroppo solo due mesi di vita in uno dei momenti più toccanti del film “Una canzone per Marion” del regista Paul Andrew Williams in sala in questi giorni.

Come reagiremmo se ci trovassimo nella stessa situazione?

Probabilmente, alcuni si deprimerebbero; altri, invece, troverebbero il modo di reagire. In questa seconda categoria si colloca Marion, interpretata da una bravissima Vanessa Redgrave, la quale non ha alcuna intenzione, anche negli ultimi giorni di vita, di rinunciare al coro di anziani cui prende parte. Su posizioni opposte, fondate su un’indole caratteriale differente, si colloca Arthur, interpretato da un altrettanto bravo Terence Stamp, il quale preferirebbe che la moglie si riposasse il più possibile.

Ciò che colpisce nei protagonisti è la gestione della quotidianità nella annunciata impellenza del tragico. È di questo che la vecchiaia dei due coniugi fornisce una preziosa testimonianza. Che la morte rappresenti l’orizzonte che ci costituisce è fin troppo ovvio richiamarlo. E tuttavia, l’atteggiamento di Marion è in grado di indicare una qualità non comune che diviene manifesta proprio di fronte all’estremo e che è riassumibile nel “cantare la vita”, frutto consapevole di una raggiunta maturità esistenziale. “La vecchiaia è la sede della sapienza della vita” ha ribadito di recente Papa Francesco. Secondo la cultura biblica si direbbe che Marion è pronta ad addormentarsi “sazia dei giorni”, cioè avendo vissuto una vita in pienezza.

Colpiscono nel film l’ostinazione, la caparbietà, il coraggio di Marion, modello di senilità. Alcune volte, invece, la vecchiaia è vissuta solo come attesa della morte e, come tale, essa diviene sinonimo di ripiegamento, rinuncia anticipata al vivere. C’è, invece, un dinamismo della terza età che va riscoperto e che permette a tutti noi di guardare verso l’estremo non senza paura, ma anche con serenità e forse una auspicabile dose di ponderata incoscienza.

Arthur si troverà a gestire l’assenza della moglie in una elaborazione del lutto in cui sarà aiutato da Elizabeth (Gemma Arterton), la  direttrice del coro. L’amicizia che nascerà tra i due consentirà ad Arthur di superare il blocco emotivo e di avere un ruolo importante proprio nel coro da lui a lungo detestato.

Il film – va detto con molta chiarezza – ha una trama piuttosto prevedibile anche quando, come nel finale, cerca di stupire il pubblico.

Vanno segnalate, tuttavia, due eccezioni: la prima riguarda la scelta musicale. In un film a sfondo geriatrico, è infatti piacevole il contrasto della colonna sonora in cui spicca “Let’s talk about sex” delle Salt-n-Pepa.

La seconda eccezione riguarda la scelta con cui il regista mostra il momento della morte della donna.  Si tratta di un’inquadratura velocissima – che non anticipo allo spettatore – in  grado di riscattare la prevedibilità della trama e di richiamare alla memoria quel passaggio delle “Note sul Cinematografo” in cui Bresson ricordava che scopo del cinema propriamente detto è di  “TRADURRE il vento invisibile nell’acqua che scolpisce passando”.

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