Filosofia del Cinema

Wolfskinder: sgomento e meraviglia

In filosofia del cinema on 31 agosto 2013 at 08:49

wolfskinderNell’estate del 1946, in un villaggio prussiano, due piccoli fratelli, Hans e Fritzchen Arendt, per sfuggire agli occupanti sovietici, sono invitati dalla madre in fin di vita a raggiungere alcuni conoscenti in Lituania.

La vicenda, traposta in immagini nel film “Wolfskinder” del regista Rick Ostermann, è basata su fonti documentarie e testimonianze dirette di quei pochi sopravvisuti che, costretti ad allontanarsi dai luoghi natali per intraprendere una vera e propria odissea, vissero alla stregua di lupi randagi (Wolfskinder, appunto).

Già all’inizio del film, le sorti dei due fratelli si divideranno drammaticamente e Fritzchen (Patrick  Lorenczat) rimarrà nel dubbio se il fratello minore Hans (Levin Liam) sia riuscito a mettersi in salvo da un tentativo di cattura da parte dei soldati.

Rimasto ormai solo, in compagnia di una medaglietta con la foto dei genitori e di un libro di geografia, il bambino cercherà di raggiungere la meta indicata dalla madre. Vivendo nascosto nelle paludi e nei boschi, in costante fuga, dovrà fare attenzione ad ogni minimo rumore, possibile indizio di morte. Nei rari momenti in cui Fritzchen sente di essere al sicuro, legge ad alta voce il suo libro, una sorta di ancora di salvezza in mezzo all’imbarbarimento dell’umanità.

Già la sinossi è in grado di anticipare che il film di Rick Ostermann non è facile né gradevole alla visione. Spesso il regista fa uso della camera a mano per immergere lo spettatore all’interno di quella precarietà integrale esperita dal protagonista a cui la trama riserverà nel finale una sorpresa, per quanto amara.

La visione del film restituisce due atteggiamenti: da un lato, com’è ovvio, lo sgomento per quanto il regista presenta con grande efficacia. Si rimane ammutoliti anche perché ciò che viene mostrato non è successo una volta soltanto durante la seconda guerra mondiale, ma si reitera drammaticamente sotto i nostri occhi anche oggi, ai margini di ogni conflitto. Dall’altro lato, è difficile trattenere l’ammirazione per il cinema in quanto tale che, anche quando mette in scena una storia senza speranza, in quanto straordinario dispositivo di significazione, riesce ad essere esso stesso testimonianza viva della possibilità di incontro con il senso delle cose.

È il miracolo delle immagini in movimento che viene celebrato in questi giorni a Venezia, nel Festival del Cinema dove “Wolfskinder” di Rick Ostermann è in concorso. Proprio con riferimento al potere misterioso delle immagini scriveva nel 1912 Kafka alla fidanzata Felice: “Il quadretto che mi hai dato è miracoloso (…). Quando guardo la tua piccola foto – è davanti a me – mi stupisco sempre della forza di ciò che ci lega l’un l’altro. Dietro a tutto ciò che c’è da contemplare, dietro al caro viso, agli occhi sereni, al sorriso, le spalle che si vorrebbero al più presto circondare con le braccia, dietro a tutto ciò agiscono delle forze che mi sono così vicine ed indispensabili, tutto ciò è un mistero”.

[La recensione del film “Wolfskinder” di Rick Ostermann è stata pubblicata nella Rubrica Punctum del Nuovo Quotidiano di Puglia di Domenica 1 Settembre 2013].

 

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