Filosofia del Cinema

Per carità…

In filosofia del cinema on 21 giugno 2013 at 10:26

pieta

Gan-Do (Lee Jung-Jin) è un giovane e spietato esattore per conto di uno strozzino che pratica tassi del mille per cento al mese e, con fare impassibile, trascorre le sue giornate mutilando vittime predestinate ed inermi e cancellando burocraticamente su un quaderno il nome del malcapitato di turno. “La morte complica i risarcimenti” sostiene il giovane protagonista del film “Pietà” del regista Kim Ki-Duk, mentre schiaccia le mani dei suoi interlocutori sotto presse meccaniche o mentre spezza le loro gambe e braccia, indifferente alle lacrime e alle suppliche.

All’interno del mondo tutto sommato ripetitivo nel quale Gang-Do vive, un giorno si presenta una donna, Mi-sun (Cho  Min-Soo), che sostiene essere la madre del giovane, in effetti abbandonato in tenerissima età. La tenacia e la determinazione della donna sono annunciate dalle prove fantasiosamente disumane cui il giovane la sottopone (nell’ordine: schiacciarle ripetutamente le dita in una porta, farle mangiare un insetto, uno stupro).

Probabilmente estenuato dallo sforzo di immaginare verifiche identitarie così devastanti, Gan-Do finirà con il credere alla donna, ignorando tuttavia che costei non ha risposto all’unica domanda sensata rivoltale sulla esatta collocazione di una voglia sul corpo del suo presunto figlio. Questo indizio sfugge al brutale giovane esattore, ma non allo spettatore che trova in esso l’annuncio dei punti di svolta che inevitabilmente arrivano a vivacizzare un film fino a quel punto monotono.

Effettivamente i colpi di scena non mancheranno al punto che tanto più il film è ripetitivo nella prima parte quanto più diventa ipertroficamente carico di sviluppi imprevedibili nella seconda. La storia raccontata ne risente inevitabilmente perché appare oltremodo eccessiva sia nelle situazioni “normali” sia nelle situazioni limite. Lo stessa inefficacia è condivisa dai personaggi, delineati in situazioni così estreme da risultare quasi macchiettistici (il che non è un bene in un film drammatico). Il risultato di una tale doppia inefficacia, della trama e dei personaggi, è avvertibile al livello della visione, che risulta spesso faticosa. “Pietà” di Kim Ki-Duk è stato premiato lo scorso anno con il Leone d’Oro nel 69° Festival del Cinema di Venezia. Sarebbe accaduto lo stesso se il film fosse stato girato da un regista esordiente? Per parlare di questo film, si è fatto cenno a Van Gogh (Curzio Maltese, Repubblica), ad un regista che non ha paura del cinema (Gian Luigi Rondi, il Tempo). Degno di interesse appare il giudizio formulato da Massimo Bertarelli, critico de “Il Giornale”: “Un film violento, morboso e noiosissimo. Ovvio Leone d’oro a Venezia. […]. Edipo era un dilettante. Il titolo? È l’invocazione della platea”.

[La recensione è stata pubblicata sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 23 Giugno 2013].

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