Filosofia del Cinema

Paulette: la speranza e la politica

In filosofia del cinema on 14 giugno 2013 at 20:13

paulettePaulette di Jérôme Enrico

Secondo autorevoli studiosi, lo scopo di un’opera d’arte consiste nel rendere più visibili le tonalità di pensiero dell’epoca in cui gli interpreti vivono. Un tale riferimento torna d’attualità dopo la visione del film “Paulette” di Jérôme Enrico, che pur non dischiudendo alcun nuovo sentiero formale, consente tuttavia di ragionare su alcuni snodi che si costituiscono a cifra dei nostri giorni, ben oltre il semplice fatto filmico.

Nella banlieue parigina, percependo una pensione sociale da fame, vive Paulette (Bernadette Lafont), un’anziana e scorbutica ex pasticciera. La precarietà è vissuta con grande dignità dalla donna, anche ricordando i tempi felici in cui insieme al marito defunto era stata proprietaria di un ristorante, ora rilevato dai cinesi. Per vendicarsi, con regolarità, Paulette inserisce scarafaggi nel cibo del ristorante cinese e più in generale detesta equanimemente tutti gli extracomunitari, non mancando di confessare tale rancore a Padre Baptiste (Pascal  N’Zonzi), prete di colore, ritenuto dalla donna talmente bravo che “meriterebbe di essere bianco”.

La trama del film porterà Paulette a diventare un’abile spacciatrice di hashish nella forma di deliziosi dolci fatti in casa e a vedere così redenta la sua precarietà. Liberata dal peso del bisogno, la donna ritroverà uno sguardo nuovo sulla vita, debitamente segnalato al suo confessore: “Ho come l’impressione di cambiare. Alla mia età fa un po’ paura. Io che odiavo chiunque, prima di tutto i gialli, ho mangiato sushi e l’ho trovato buono”.

Esistono almeno tra livelli in cui la vicenda di Paulette giunge ad intercettare il clima del nostro tempo.

In primo luogo, merita di essere considerata la spietatezza del personaggio che vediamo diffondersi in espressioni genuinamente xenofobe al punto che la cattiveria sembra essere la forma stessa del suo incontro con il mondo. Tuttavia, in quelle parole aspre vi è il senso di una autenticità molto spesso insabbiata dalle raffinate locuzioni del politicamente corretto che hanno invaso la nostra comunicazione. Non andrebbe, dunque, di per sé sottostimata la franchezza di una parola che, per quanto tranchant, sia in grado di restituirci la realtà delle cose.

In secondo luogo, che cosa accade quando, come nel caso di Paulette, si ritrova la speranza?

Secondo Isidoro di Siviglia, il termine “speranza” (spes) viene da “piede” (pes). Essa è il piede di chi cammina. La speranza non è dunque un elemento esoterico e, come tale, separato dalle nostre esistenze, ma qualcosa di molto più concreto la cui grammatica consiste sostanzialmente nella fiducia nella progressione dei nostri conseguimenti. Nello sperare si imprime alle attività una potenza rivolta all’anticipazione dei tempi. Lo sperare è dunque una sorta di desiderio di ordinare il presente. La realtà stessa viene allora trasfigurata alla luce di ciò che lo psichiatra Eugène Minkowski chiamava un “principio ordinatore”. Nello sperare la realtà si trasforma e, con essa, noi stessi: non a caso, nel film, le parole di Paulette “ho come l’impressione di cambiare” suggelleranno questa trasformazione.

Infine, il film, definito a ragione una commedia sociale, inevitabilmente evoca le responsabilità della sistematica e diffusa precarietà portata in scena. Convitato di pietra è la politica che tra proclami populistici e arroccamenti strategici ha quasi del tutto smarrito quell’Oriente verso cui dirigere costantemente il proprio cammino.

Nel parlare di politica, scongiurare la demagogia comporta il riconoscimento che le crisi epocali che stiamo affrontando esigono risposte complesse e non immediate e, pertanto, competenze non improvvisate. Tuttavia, è difficile sfuggire alla sensazione che tutto ciò, per quanto legittimo, stia sempre più diventando un alibi per sottrarsi alle responsabilità primarie che la politica dovrebbe avere nei confronti dell’“attesa della povera gente” di cui La Pira parlava già nel 1950. Nelle parole dell’indimenticato Sindaco di Firenze, l’obiettivo era il “pieno impiego” da intendersi però non solo in termini lavorativi. Lo scopo era piuttosto indicare alla politica la stella polare del costante e cocciuto perseguimento del diritto di ciascun uomo al dispiegamento delle proprie capacità. Paulette è, in fondo, la personificazione di quanto oggigiorno un tale diritto sia disatteso. Del resto, se nelle ultime elezioni amministrative si è giunti a quote record di astensione, siamo sicuri che una delle ragioni non vada ricercata nel deficit di speranza della “povera gente” cui la politica sembra non avere nulla da dire?

Intercettare la tonalità di un’epoca non è semplice. Quando un film consente di riflettere sulla “positività” della cattiveria, sulla grammatica della speranza e sull’Oriente della politica, allora la visione cessa di essere patrimonio pressoché esclusivo dei semiologi del cinema, per diventare un bene di tutti. Politico, dunque, nel senso più autentico.

[La recensione è stata pubblicata sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 16 Giugno 2013]

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