Filosofia del Cinema

Il precario salto dei valori

In filosofia del cinema on 7 giugno 2013 at 16:07

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A distanza di quattro anni dall’inedito in Italia “Parlez-moi de la pluie”, arriva sugli schermi “Quando meno te lo aspetti”, nuovo film della regista francese Agnès Jaoui. Rispetto ai noti film precedenti “Il gusto degli altri” (2000) e “Così fan tutti” (2004), la regista opta per una struttura formale che rende i protagonisti del film simili a personaggi di una fiaba. Tale scelta viene sottolineata anche dal punto di vista stilistico mediante l’adozione del freeze frame, un effetto che anche tramite una particolare saturazione dei colori, rende alcune scene analoghe alle illustrazioni dei libri per bambini.

Nella fiaba moderna del film sono dunque riconoscibili Laura (Agathe Bonitzer), la giovane principessa, che sogna di incontrare il principe azzurro Sandro (Arthur Dupont, poco credibile anche per la pervicace espressione di chi abbia perso le chiavi e non sappia come entrare in casa), l’Uomo nero Maxime Wolf (Benjamin Biolay). All’interno di una struttura narrativa che in generale privilegia la coralità delle situazioni, emerge la figura di Pierre (Jean-Pierre Bacri, anche sceneggiatore del film), padre di Sandro, costantemente preoccupato per l’approssimarsi della data in cui è stata prevista la sua morte e catalizzatore della simpatia dello spettatore per la sua inequivocabile indole burbera che lo porta a pronunciare frasi del tipo “I bambini ti abbrutiscono” o a cercare di parlare dei propri problemi psicologici con un podologo.

In generale, il film delinea l’affresco di una umanità varia alle prese con il tentativo di porre sotto controllo il carattere imperscrutabile dell’esistenza stessa.

Secondo Massimo Piattelli-Palmarini, l’evento, cioè la cifra dell’imprevedibilità dell’esistenza, non è rappresentato soltanto dalla non deducibilità, non regolarità ed irreversibilità di ciò che può accadere. Secondo lo studioso di scienze cognitive, “Quando ci si dice disorientati da un evento, ci si riferisce a una alterazione imprevista ed imprevedibile dei valori”.

È esattamente di un tale disorientamento che il film abbozza un affresco, suggerendo che è proprio nel momento in cui il controllo degli eventi viene meno che l’esistenza riserva doni inaspettati.

È senz’altro da considerare originale il tentativo della regista di realizzare una commedia nella forma di una favola. Al tempo stesso, va rilevato che il risultato di una tale messa in forma comporta una sofferenza della spontaneità dei personaggi, che in fin dei conti rivelano una densità piuttosto flebile e stereotipica (gli struggimenti di una ventenne per due contestuali amori, la paura della morte per un uomo di una certa età, ecc.) nemmeno nobilitata dal frequente ricorso alla camera a spalla.

Morale della favola: se scopo del film è delineare un affresco della precarietà dell’esistenza, la scelta di avvalersi della struttura della fiaba, che obbligatoriamente incanala all’interno di un sentiero predefinito, può essere una scelta appropriata?

(Pubblicato su il Nuovo Quotidiano di Puglia del 9 Giugno 2013)

 

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