Filosofia del Cinema

La perdita di orizzonte

In filosofia del cinema on 25 maggio 2013 at 07:52

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Una ragazzina magra, dai lunghi capelli biondi, fissa inerme una lunga tela posta di fronte a sé. Poi, dopo essersi chinata per raccogliere uno dei numerosi barattoli di vernice posti ai suoi piedi, si lancia con veemenza verso la tela. L’impatto tra colore e tessuto è accompagnato da gemiti, simili a lamenti. La scena si svolge di notte, in un silenzio irreale, sotto lo sguardo compiaciuto di genitori incoscienti e di un numeroso pubblico di adulti posto a cornice dell’intera esibizione. Nell’action painting della ragazzina i colori si mescolano, si sovrappongono a formarne di nuovi, irriconoscibili, di forma fluida e cangiante. Assunta metaforicamente e riferita all’umano, una tale indiscernibilità costituisce la cifra per contemplare “La grande bellezza”, ultimo film di Paolo Sorrentino, da cui la scena descritta è tratta.

Ogni personaggio del film è immerso in un’inconsapevole melassa di cui le numerose feste nelle terrazze romane rappresentano una sorta di primordiale terreno di coltura. Viene così delineandosi un triste catalogo visuale dell’umano, devastato dalla perdita della propria anima. In tal senso, il lungo film di Sorrentino assomiglia ad un bestiario, quel particolare tipo di testo con cui nel Medioevo venivano raffigurati gli animali, veri o immaginari. In effetti, la particolare struttura narrativa adottata da Sorrentino e Umberto Contarello è costituita da una serie di affreschi di figure umane, perse in un clima di placida mediocrità e separati da interstizi (le passeggiate notturne del protagonista) la cui funzione è simile al voltare pagina all’interno di un libro. Jap Gambardella, il personaggio interpretato da un imponente Toni Servillo, diviene così una sorta di traghettatore, in grado di accompagnarci soavemente in una tale galleria del surreale.

I virtuosi movimenti di macchina di Sorrentino non lasciano dubbi: la Roma, fotografata da Luca Bigazzi, non è una location qualsiasi, ma la spettatrice silente di una tale decadenza, capace tuttavia di testimoniare l’intramontabilità della bellezza all’interno della quale, di notte soprattutto, Jap si immerge. L’incedere assorto del protagonista è simile ad una processione di cui il regista sottolinea il carattere sacrale, anche tramite il ricorso ad una particolare colonna sonora (da Magnus Perotinus a David Lang, da Arno Part a Preisner Zbigniew).

“La grande bellezza” è un film sulla perdita di orizzonte, evento nefasto, forse cifra di un’intera epoca. Come ha dichiarato il filosofo Luigi Alici, “La rinuncia all’ultimo altera irrimediabilmente anche il nostro rapporto con il penultimo, conferendogli un sovraccarico di senso che il finito non riesce a reggere”.

Quando la mondanità diventa fine ultimo, allora l’agire stesso diviene idolatrico, accompagnato talvolta da uno sguardo accondiscendente per la rarefatta percezione dei rischi derivanti da un tale acritico accadimento.

[La recensione è stata pubblicata sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 26 Maggio 2013]

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