Filosofia del Cinema

Essere alacri

In filosofia del cinema on 11 maggio 2013 at 06:03

 

Nel 1988, in Cile si tenne uno storico referendum sul governo di Pinochet con cui per la prima volta veniva data ai cileni la possibilità di esprimersi su un tema particolarmente controverso. Il film “No. I giorni dell’arcobaleno” di Pablo  Larraín, – vincitore della sezione Quinzaine des Réalisateurs nel festival di Cannes 2012 e candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2013 – mostra, anche tramite immagini di repertorio, la laboriosità della scelta del corretto approccio comunicativo da parte dei diciassette partiti di opposizione. L’orientamento prevalente e scontato era che non si potesse che “fare memoria”. Memoria di quel dolore inenarrabile, patito dai cileni, di cui il mondo intero sarebbe diventato pienamente consapevole solo molti anni più tardi. Il regista alterna inquadrature statiche all’uso della camera a spalla per collocarci meglio nel presente della vicenda la cui distanza temporale è restituita anche dalla adozione di una particolare fotografia che fa sembrare effettivamente il film girato al tempo in cui i fatti si svolgono (con un effetto polaroid, per intendersi).

René Saavedra, interpretato da Gael García Bernal, è il giovane pubblicitario che suggerirà l’idea che per vincere sarebbe stato necessario osare l’impensabile, ovvero basare l’intera campagna di comunicazione sull’allegria, piuttosto che rimanere ancorati ad un dolore che, seppur legittimo, non avrebbe motivato a sufficienza al cambiamento finalmente a portata di mano. La storia ci insegna che la battaglia di René è stata vinta ed il film di Larraín (già regista nel 2008 di “Tony Manero”), basato sull’opera teatrale “El Plebiscito” di Antonio Skármeta, ci fa vivere dall’interno la tensione, le speranze, le paure dei protagonisti. Scegliere tra la memoria del dolore e l’allegria non è così scontato come potrebbe sembrare, soprattutto quando la scelta deve essere compiuta da chi il dolore l’ha vissuto.

In ogni dolore incommensurabile può essere colta una dinamica ben descritta dalla parole di Guido Morselli in “Fede e critica” (Adelphi 1977): “Presente il male, l’individuo non avverte più il bisogno di espandersi in cui consiste la vita stessa del sentimento. Si ritrae in sé, e la rivolta che spesso sopraggiunge, affannosa e amara, anziché smentire questo atteggiamento lo conferma”. Lo scrittore e saggista bolognese ci parla della matrice della ostatività del male, ovvero di quell’impedimento radicale nella vita dell’homo patiens, non riferibile a qualcosa di marginale o periferico, ma alla sfera del più proprio, laddove ha sede l’individualità essenziale. Scardinare questo meccanismo non è facile ed è possibile solitamente dopo un lungo lavorio su se stessi. Il merito del film risiede allora nell’aver mostrato e reso tangibile la coralità di una tale catarsi, quel reciproco sostenersi di cui i cileni furono capaci, facendo leva – pur con la morte nel cuore – sull’allegria, sull’essere alacri, cioè agenti di quel bene di cui, talvolta e quasi miracolosamente, sono irrorate le vene della Storia.

[La recensione è stata pubblicata il 12 Maggio sul Nuovo Quotidiano di Puglia].

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