Filosofia del Cinema

Il miracolo della parola

In filosofia del cinema on 29 marzo 2013 at 17:15

ordet

Una delle esperienze oggi più comuni è costituita dalla percezione della “leggerezza” delle parole, depotenziate della referenza, la facoltà di riferirsi a qualcosa. L’esito di tale processo è il trionfo della stereotipia espressiva, il «già detto» considerato norma, il ritenere accessorio ciò che, come la nominazione personale, dovrebbe essere imprescindibile segno di individuazione.

Anche per queste ragioni può essere utile tornare a vedere «Ordet», film del 1955, del regista danese Carl Theodor Dreyer, il quale rimase colpito dal racconto scritto dal pastore protestante Kaj Munk, cui il film è ispirato, per la sua allusione esplicita ad un tipo di parola (“Ordet” in danese significa, appunto, parola) non solo in grado di dire la realtà, ma addirittura di anticiparla miracolosamente.

Dreyer attraverso lunghe sequenze e movimenti di macchina mostra così la quotidianità della vita della famiglia Borgen. La rappresentazione dei particolari domestici (dalla pipa del vecchio Borgen agli strumenti per filare la lana di Inger) si fa carico di rendere visibile la quieta ordinarietà di un vivere che, tuttavia, sbaglieremmo a considerare confinato in un tempo lontano dal nostro.

In contrasto con tale scenario, si pone la figura di Johannes, figlio del vecchio Borgen, considerato da tutti “pazzo” per il suo ostinato dichiararsi il Messia.

Dreyer adotta per Johannes un particolare registro stilistico, privilegiando movimenti circolari della macchina da presa. È come se egli attraversasse lo schermo, quasi che la sua presenza non potesse essere resa dalla stabilità di alcuna inquadratura. È soprattutto lo sguardo di Johannes, sempre rivolto fuori campo, ad accrescere un senso di generale inquietudine. Unica e fondamentale eccezione allo scetticismo nei suoi confronti è la piccola Maren, nipote di Johannes. Sarà la sua fiducia incondizionata a creare le premesse per il verificarsi di quell’evento tremendo ed eclatante con cui il film si concluderà.

Sostanzialmente dal film derivano due possibili indicazioni: la prima, laica, sottolinea l’invito alla vita autentica, possibile nella capacità non scontata di accordare la propria condotta al destino delle cose; la seconda, religiosa, intende le parole di Johannes secondo la nozione ebraica di «dabar», la parola che per la sua prossimità al Creatore produce il miracolo della vita, dato che, come ha osservato André Neher, «È con il Dire di Dio, con la Parola, che tutto ha avuto inizio».

L’attualità del film risiede nell’inderogabilità dell’invito rivolto allo spettatore. Che si propenda per la prima o la seconda lettura, infatti, ciò che andrebbe scongiurata è la placida indifferenza di fronte all’irruzione sconvolgente di quella pienezza del senso che per essere accolta fa appello solo e soltanto alla nostra fiducia.

(Pubblicato sul Quotidiano di Puglia di domenica 31 Marzo 2013)

 

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: