Filosofia del Cinema

Le potenzialità dell’uomo

In filosofia del cinema on 20 marzo 2013 at 18:16

noi-siamo-infinitoCon l’espressione “sindrome del ragno” gli studiosi di antropologia filosofica indicano quel determinato stadio di sviluppo della vita animale che non consente loro di distinguere tra se stessi, la tela tessuta (nel caso del ragno) e l’insetto eventualmente incastrato in essa. Si tratta di una particolare condizione di indeterminazione, definita anche come immanenza fusionale. La vita dell’uomo, invece, se considerata a partire da ciò che la separa da questi primitivi eventi biologici, è effettivamente tale quando viene a compiersi la distinzione tra le tre dimensioni (se stessi, l’oggetto della propria attività, gli altri). È questa soglia ad istituire il mondo (Welt) degli uomini, distinto dall’ambiente (Umwelt) degli animali.

Questa premessa può essere di un qualche aiuto nel fornire una corretta chiave interpretativa nella visione di “Noi siamo infinito” del regista Stephen Chbosky.

In effetti, anche in una accezione molto più elementare, già l’esperienza comune ci mostra che il pieno dispiegarsi dell’umanità non è un risultato immediatamente raggiungibile. Si tratta, invece, di un obiettivo sempre migliorabile, un ideale regolativo di cui si inizia a prendere coscienza in un determinato periodo della vita, l’adolescenza.

Il film di Chbosky ha il merito di proiettarci all’interno di questa dinamica, lasciandoci intravedere il microcosmo in cui si intrecciano le vicende di tre amici, Charlie Kelmeckis (Logan Lerman), Sam (Emma Watson) e Patrick (Ezra Miller), che nell’America degli anni ’80, nell’atmosfera musicale degli Smiths e di David Bowie, provano a definire il proprio posto nel mondo.

Non tutto, però, si svolge alla luce del sole. I comportamenti dei protagonisti, e di Charlie in particolare, annunciano un non detto che lo spettatore è invitato a cogliere a partire da quel «Tu osservi le cose e le comprendi», frase rivolta a Charlie, quasi a suggellare un differente principio di individuazione rispetto all’ambiente in cui egli vive.

Mentre le vicende scorrono, il regista, anche attraverso un misurato uso del flashback, lascia intravedere l’invisibile eccedenza dei vissuti personali, permettendo di accedere con garbo alla zona oscura di Charlie. Solo nella misura in cui il ragazzo saprà riconoscerla potrà essere artefice del suo destino.

Stephen Chbosky traspone sullo schermo il suo The Perks of Being a Wallflower, romanzo cult pubblicato nel 1999. L’effetto di immedesimazione, così come il ritratto di una generazione intera, è riuscito e molto intenso.

Il titolo del film allude alle potenzialità di ogni uomo, quella determinata “regione” in cui le relazioni ci consegnano le chiavi per liberarci dai nostri fantasmi per scorgere finalmente l’infinito delle possibilità di fronte a noi.

Il film va oltre il semplice ritratto generazionale. Esso acquista una valenza di ordine più generale nel suggerire che ogni meta tanto più è autentica quanto maggiore è la fatica, la determinazione, la sofferenza attraverso cui è conseguita. In un tempo, come il nostro, di esaltazione dell’apparire, di disimpegno e di vacuità non è poco.

(Pubblicato su il Quotidiano di Lecce, nella rubrica PUNCTUM, del 17 Marzo 2013).

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: