Filosofia del Cinema

La forza di gravità dei sentimenti

In filosofia del cinema on 10 marzo 2013 at 16:39

UPSIDE DOWNUpside down, del regista argentino Juan Diego Solanas, immagina l’esistenza di due mondi gemelli e contrapposti, vicini fino quasi a sfiorarsi, ma con specifiche e opposte forze di gravità in grado di ancorare indissolubilmente ad essi le cose e gli esseri che vi appartengono.

Le due realtà si guardano senza toccarsi, specchiandosi sebbene secondo una dissimmetria anche simbolica: il mondo di sopra è ricco, quello di sotto povero.

Oltre al “Transworld”, una torre-ponte che funge da collegamento, un altro punto di prossimità tra i due mondi è dato dalle rispettive vette di due montagne che giungono a sfiorarsi. È proprio in questo luogo interstiziale che avviene l’incontro tra Adam (Jim Sturgess) e Eden (Kirsten Dunst), un ragazzo del mondo di sotto e una ragazza del mondo di sopra.

Già dai nomi dei protagonisti, il film svela la sua ambizione di richiamare un significato archetipico: esistono sentimenti che riescono a sopraffare gli ostacoli e permettono l’incontro tra due esseri che appartengono a mondi divisi non soltanto dalle condizioni geografiche e fisiche, ma anche dalle leggi vigenti che impediscono la frequentazione tra persone di mondi diversi. La relazione tra Adam e Eden resiste a dispetto delle condizioni avverse e sarà in grado di generare un mutamento che inciderà sul futuro stesso delle due realtà.

Se l’eccellenza di un film è data dall’inestricabile intreccio tra elemento narrativo ed elemento visivo, nell’opera di Solanas i due elementi sono purtroppo chiaramente scindibili a causa della loro manifesta differente valenza.

L’elemento figurativo, in grado di sorprendere piacevolmente lo spettatore durante l’intero film, è infatti assolutamente preponderante rispetto all’elemento narrativo. Probabilmente un tale sbilanciamento può essere imputato alla specifica formazione del regista, già direttore della fotografia in numerosi spot pubblicitari.

In particolare, dal punto di vista della costruzione narrativa il film costituisce l’ennesima conferma della regola codificata già nel 1895 dai Fratelli Lumiere ne L’innaffiatore innaffiato in cui venivano esemplificati i tre momenti di una narrazione: l’esistenza di una condizione di equilibrio, il verificarsi di un evento che determina la rottura di tale equilibrio e infine il ristabilirsi dell’equilibrio iniziale. All’interno, dunque, di una tale tradizione, Upside down presenta il primo incontro tra i due protagonisti (equilibrio) cui farà seguito un allontanamento forzato (rottura dell’equilibrio) e un inesorabile lieto fine (nuovo equilibrio).

Il film inconsapevolmente riflette nella sua struttura quella dissimmetria che intende caparbiamente rappresentare e questo non sembra costituire una nota di merito. Inoltre, la segnalata distonia tra le due dimensioni del film si candida degnamente a vanificare l’idea che ne è alla base secondo cui la vera forza di gravità è data dal sentire e non dalle leggi della fisica. Il risultato finale è, purtroppo, un’aura di ostinata prevedibilità.

 

(pubblicato nella rubrica PUNCTUM sul Quotidiano di Lecce del 10 Marzo 2013).

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