Filosofia del Cinema

La forza dell’ascolto effettivo

In filosofia del cinema on 4 marzo 2013 at 21:02

The sessions– «Era su questo che volevi il mio consiglio, la fornicazione».

– «Il suo consiglio, da amico».

Padre Brendan (William H. Macy) è a colloquio con Mark O’Brien (John Hawkes), un uomo condannato dalla poliomielite all’immobilità pressoché totale ed il dialogo è tratto da uno dei momenti centrali del film The Sessions – Le sessioni del regista Ben Lewin, che dopo aver raccolto numerosi premi internazionali, a partire dal Sundance Film Festival 2012, arriva finalmente nella sale italiane.

Sembra superfluo ricordare che nel cinema il tema dell’handicap non è nuovo. Sbaglieremmo, tuttavia, a paragonare il film ad altre opere anche recenti, come Quasi amici di Olivier Nakache ed Eric Toledano, campione di incassi nella scorsa stagione. The Sessions, invece, per la sua capacità di evocare l’incontro effettivo tra due esseri umani, richiama piuttosto due altre opere di pregio come Il giardino di limoni, film del 2008 del regista israeliano Eran Riklis, che metteva in scena il miracolo di un dialogo all’apparenza impossibile tra la vedova palestinese Salma e Mira, la moglie del ministro israeliano ed Alexandra (2008) di Aleksandr Sokurov con l’incontro tra la russa Alexandra e Malika, la donna cecena.

Nella California degli anni Ottanta, Mark O’Brien trascorre molte ore al giorno all’interno di un polmone d’acciaio. Questa condizione non gli impedisce, tuttavia, di essere un giornalista, di scrivere, di conseguire una laurea. Nella vita di Mark, ci sono però una serie di esigenze non ancora soddisfatte, nonostante i suoi trentotto anni. Una di queste esigenze è il sesso. Dopo lunghe frustrazioni, a Mark viene consigliato di rivolgersi ad una assistente sessuale, una speciale terapista in grado di fargli perdere la verginità in un ciclo predefinito di incontri.

La soluzione sembra vicina, ma Mark è pieno di dubbi. In particolare, si chiede se questa singolare pratica terapeutica sia compatibile con la sua fede. Decide perciò di parlarne con Padre Brendan il quale, pur non avendo mai fatto mancare la sua vicinanza al giovane, rimane impressionato dalla richiesta insolita. La reazione di Padre Brendan rivela una straordinaria umanità: dopo aver cercato di capire se l’esigenza manifestatagli possa essere differita, di fronte alla garbata insistenza del giovane, tentenna, senza nascondere il suo esitare. Padre Brendan sente di essere di fronte ad un bivio: da un lato, la religione non ammette una pratica assimilabile alla “fornicazione”; dall’altro lato, si rende conto che la fedeltà alla norma universale corrisponderebbe alla negazione del bisogno di completezza dell’essere umano che ha davanti.

La macchina da presa ci mostra il prete mentre si alza in piedi per rivolgere gli occhi al cielo alla ricerca di un’ispirazione più alta. Poi, ritorna a guardare Mark che, steso sulla lettiga, attende un consiglio “da amico”, in grado di valicare i confini codificati dalle regole istituzionali.

The Sessions non strizza l’occhio allo spettatore e, pur senza indulgere nella crudeltà della condizione in cui Mark vive, riesce a restituire con realismo la gravità di quel vissuto. L’atmosfera del film è insieme leggera e grave, già annunciata dalle immagini d’epoca che accompagnano i titoli di testa in cui compare il “vero” Mark sulla cui storia Jessica Yu realizzò nel 1996 un documentario (Breathing Lessons: The Life and Work of Mark O’Brien), premiato con l’Oscar.

Fondamentale punto di confluenza dell’intero film è l’incontro con la terapista sessuale Cheryl Cohen-Greene (Helen Hunt, bravissima). Tuttavia, anche in questo incontro succede qualcosa di inaspettato che richiederà di sospendere le sedute prima del loro naturale esaurimento.

È significativo come ciò che connoti sia l’incontro con il sacerdote sia quello con la terapista sia la capacità di entrambi gli interlocutori di Mark di porsi realmente in ascolto.

Ascoltare non è una mossa strategica per smascherare il proprio interlocutore o una pausa forzata imposta al protagonismo linguistico. È, piuttosto, una modalità di accoglienza in grado di anteporre l’altro rispetto ad ogni esigenza dell’io. È in virtù di un ascolto effettivo che Padre Brendan e Cheryl riusciranno a valicare i confini imposti dal proprio ruolo e ad incontrare l’alterità di Mark in una simbolica foresteria, una zona franca, comune all’io e all’altro, che si costituisce a sfondo della reciproca rivelazione.

L’ascolto effettivo dell’altro richiede l’arresto di ogni presunzione di possesso della realtà quale precondizione perché l’altro possa diventare evento in grado di trasformarci. Si tratta di una situazione salvifica, per certi versi paradossale,  che Abraham Kaplan, professore di filosofia nell’Università di Haifa, nel saggio La vita del dialogo, ben illustrava con le seguenti parole: «Se ti sto parlando veramente, allora non ho niente da dirti».

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