Filosofia del Cinema

La deficienza dell’originario: La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo

In filosofia del cinema on 15 settembre 2010 at 06:32

solitudine numeriPodcast | Cinefilab Episodio 41

La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo è analizzabile se si prova a scindere alcuni livelli che nel film sono interrelati. In primo luogo, il contenuto del film; in secondo luogo, l’aspetto visivo o, meglio, più propriamente filmico; infine, la recitazione degli attori.

Una breve introduzione può essere comune ai tre aspetti: mi riferisco all’usanza invalsa nel Medioevo consistente, di fronte ad una predella raffigurante il drago, simbolo del male per eccellenza, nel graffiare con le dita gli occhi ritratti in quelle immagini. Si pensava che bucare gli occhi, mutilare quelle immagini sgradite fosse sufficiente per depotenziare la portata negativa che si temeva fosse in esse depositata.

Si trattava, in sostanza, di un modo inappropriato di rapportarsi al male. Ci sono, oggi, altri modi inappropriati? E qual è, ammesso che esista, la modalità appropriata di rifarsi al male?

All’interno della filosofia, c’è un ambito, la teodicea, che si occupa esattamente del problema del male. Colui il quale più di altri si occupò di teodicea è stato un pensatore tedesco della fine del 1600, Leibniz. Esistono fondamentalmente, secondo questo autore, tre tipi di male, il male metafisico, il male morale ed il male fisico. Il male metafisico corrisponde alla naturale imperfezione delle creature, il male morale alla possibilità che l’uomo agisca al di sotto delle sue possibilità (per esempio, usando male la libertà che di cui è titolare),  il male fisico rappresenta il patire.

Nel film di Costanzo, come nel romando di Giordano, è possibile rinvenire tutti questi aspetti, anche se è difficile negare che la componente del male fisico risulti preponderante. Parlare del male fisico significa fare riferimento alla sofferenza e al dolore. Queste dimensioni sono vissute da Alice e Mattia, i protagonisti del film, secondo una modalità che ricorda quanto Simone Weil scriveva a proposito della sventura: «Chi è stato raggiunto da uno di quei colpi che lasciano l’essere umano a terra, a contorcersi come un verme mezzo schiacciato, non è in grado di trovare le parole per esprimere quanto gli succede. Le persone che lo incontrano, pur avendo molto sofferto, se non hanno mai toccato con mano la vera sventura non possono comprendere ciò a cui si trovano di fronte. Essa è qualcosa di particolare, che non si può rapportare a null’altro, come in nessun modo si può dare a un sordomuto l’idea dei suoni».

Si tratta di un dolore incommensurabile rispetto al quale si rivelano inefficaci sia i tentativi di giustificazione, cioè di ricerca di ragioni in grado di lenire quelle sofferenze, sia gli stessi tentativi di offrirne una rendicontazione dal punto di vista espressivo. Sarà Ricoeur a spiegare molto chiaramente questo passaggio: «Il male è il punto critico di ogni pensiero filosofico: se lo comprende è il suo più grande successo; ma il male compreso non è più il male, ha cessato di essere assurdo, scandaloso, senza diritto e senza ragione. Se non lo comprende, allora la filosofia non è più filosofia, se almeno la filosofia deve tutto comprendere ed ergersi a sistema, senza residui».

È possibile forse analizzare più nel dettaglio questo speciale statuto del dolore. Potremmo dire che esso è qualcosa che, per la sua stessa natura, si sottrae alla coscienza che prova ad “avvicinarlo”. Infatti, esso è, dirà Lévinas, «malgré-la-coscience». Questa inversione della sua valenza, che lo sottrae a priori alla possibilità che di esso possa darsi una qualche forma di prensione, comporta che il dolore non sia ascrivibile alla logica del logos, che non sia cioè rendicontabile. Esso è negatività, sebbene in un senso completamente differente rispetto alla contraddizione insita in una dialettica affermativo/negativo: «non del male, negativo fino al non senso».

In secondo luogo, il dolore si dà come inerenza assoluta, non trasponibilità. Nel film, Alice e Mattia sono infatti inchiodati alle loro situazioni. L’irruzione del loro dramma non è riferibile ad alcunché di periferico o marginale, ma a quanto hanno di più proprio. È, per essere precisi, impedimento del più proprio. L’impedimento del dolore è dunque ciò che, rispetto alla destinazione, non può essere differente. Esso è la stessa impossibilità di accesso ad ogni possibile fluire vitale. il dolore si installa come «avvertimento di una deficienza dell’originario stesso». Come ha osservato Natoli, «questa unità di riferimento, che intendiamo come io […] si fa io in modo del tutto peculiare nel dolore».

Se il dolore è inerenza assoluta, esproprio del più proprio, se il dolore è “malgrado la coscienza”, allora viene meno qualsiasi modalità di riferimento al dolore. Del dolore è difficile parlare, è difficile scrivere, è difficile mostrare le immagini.Questo problema era ben presente a Leibniz, il quale aveva avanzato il suggerimento che fosse necessaria una «intelligenza analogica» per poter avvicinare il dolore.

Così come bucare gli occhi delle immagini del drago era un modo ingenuo ed inappropriato per affrontare il male, così pensare di poter avvicinare il dolore è una forma inappropriata che conduce a pronunciare «parole destituite di senso», com’è scritto nei Saggi di teodicea.

 

Il film di Costanzo, nonostante un insistenza talvolta eccessiva nei primi piani, riesce nel compito più difficile, cioè esprimere l’atmosfera in cui il dolore, secondo le modalità che ho descritto, si eventua, cioè accade. Mai inappropriato rispetto alla scelta della modalità visiva, il film riesce  a rendere l’atmosfera impalpabile e quindi in un certo senso “inguardabile” della materia narrativa. La recitazione degli attori è intensa, anche se in alcuni momenti, sia Marinelli sia Rohrwacher – che per certi versi ricordava la figura di Giovanna ne Il papà di Giovanna di Pupi Avati – sono sembrati intenti a recitare i propri personaggi.

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