Filosofia del Cinema

L’effrazione: La Banda di Eran Kolirin

In filosofia del cinema on 13 settembre 2010 at 08:32

In che modo facciamo l’esperienza del diverso? Il nostro approccio all’alterità è sempre, quasi sempre, alcuni sostengono in modo strutturale, mediato. La mediatezza del rapporto con l’altro significa sostanzialmente che c’è sempre un filtro tra noi e ciò che da noi è diverso. Nella maggior parte dei casi, si tratta di un filtro che tramuta e depotenzia l’indice di diversità. Nel momento in cui si è pronti per l’incontro, quella carica di diversità si è ormai volatilizzata. Una gradualità, il binario necessario per incanalare l’incontro, giunge a inscrivere nell’orizzonte del fatto, del già fatto, l’inedito.

L’incontro, in casi come questo, si dà comunque ed in pochi si accorgono davvero che forse c’è un peccato originale, da redimere, in parte almeno, con la consapevolezza della sua esistenza. Per essere veramente tale, un incontro dovrebbe tener conto della specificità di coloro che si incontrano.

Ragionando delle modalità di una relazione autentica a proposito di Intimacy di Patrice Chereau, osservavo che in quel film i due amanti confermavano “la presenza di un’eccedenza… qualcosa che, pur esprimendosi mediante il corpo, si sottrae ad ogni ingabbiamento… Essi sperimentano il senso di un’uscita dalla propria clausura, in una foresteria in cui ha luogo l’incontro tra l’io in quanto trascendenza e la trascendenza dell’altro[1].

Il punto è che tutte le parti in causa debbono uscire da sé, ammesso che questo sia effettivamente possibile.

Ogni incontro con l’altro, dunque, giunge sempre “dopo”: per esempio, dopo la scelta di fare spazio all’altro; dopo la decisione di mettersi in ascolto. In queste ed in altre circostanze l’altro è

sempre sincronizzato. Il tempo dell’altro è ridotto al nostro tempo. L’alterità è divenuta immanenza. Denuncia Lévinas: “l’immanenza connota questa riunificazione del diverso del tempo nella presenza della rappresentazione. Questo modo per il diverso di non rifiutarsi alla sincronia e così… l’attitudine di entrare nell’unità di un genere o di una forma sono le condizioni logiche della sincronizzazione”.

È così: liberare l’altro, incontrarlo al di fuori di un orizzonte sincronico significa pensare un’effrazione. Uno sforzo estremo, ai limiti, in cui non solo l’ esito, ma la stessa partenza, non sono mai scontati.

L’altro irrompe, intanto. Al di là di ogni nostra previsione, al di là della nostra capacità di accoglienza. Il destino di un incontro con l’altro si decide in seguito ad una tale irruzione. È questo il punto critico. Ed è questo il punto in cui il film La banda di Eran Kolirin inizia, ponendo di fronte un gruppo di egiziani ed un gruppo di israeliani. Da un lato, la Banda del Corpo municipale della Polizia di Alessandria d’Egitto, dall’altra uno sparuto gruppo di clienti di un minuscolo ristorante di un minuscolo villaggio israeliano. Da un lato (ma già questo riduce la complessità delle situazioni), Tewfiq, il Direttore della Banda; dall’altro Dina, la proprietaria del ristorante.

Nel corso del film, le barriere lentamente cadono. Quei filtri che anteponiamo al nostro rapporto con il mondo e con gli altri divengono sempre più trasparenti.

Una scena in particolare è in grado di rivelare il non scontato dispiegarsi delle alterità. Dina e Tewfiq sono seduti su una panchina a raccontarsi la propria vita. Alla domanda della donna su cosa si provi a dirigere una banda, Tewfiq non trova le parole. Non trovare la parole non è soltanto l’incapacità di colmare linguisticamente la distanza con l’altro. In questo caso essa corrisponde all’irriducibilità di quello che si è. Una irriducibilità che non riesce ad accontentarsi della parole dette, delle possibili parole da dire, ma già dette.

Quello che si vorrebbe esprimere necessita di un involucro, per così dire, del tutto inedito. Solo la novità di una tale forma espressiva può candidarsi a contenere il diverso che si vorrebbe dire, oltre le regole prefissate della comunicazione.

La mancanza di parole di Tewfiq da un lato, l’attesa negli occhi di Dina dall’altro, costituiscono la soglia dell’incontro con l’altro.

Ciò che succede nel seguito della scena – che non svelerò in modo che chi vedrà il film possa scoprire da solo ciò cui mi riferisco – rappresenta il ricorso ad una matrice comune, forse anteriore rispetto ad ogni possibile predicazione. Una zona terza, comune all’io e all’altro, che funge da sfondo per la rivelazione reciproca. Qui avviene l’incontro. Qui c’è l’epifania dell’altro. Qui Dina e Tewfiq si vedono davvero. Si tratta di una scena così carica di significato da non richiedere dal punto di vista registico l’adozione di alcun particolare espediente. Dina e Tewfiq sono infatti ripresi per tutta la durata della scena con un piano americano. Se a quanto detto si aggiunge una fra le più belle sequenze della storia del cinema (la scena che mostra i tre ragazzi in discoteca seduti su una panchina), allora davvero si può concludere dicendo che per ciò che vediamo mostrarsi nel film Tewfiq e Dina seguiranno le proprie strade, ma saranno diversi. In questa meta raggiunta, essi non si sono persi, ciò che è andato perso nel momento in cui si sono lasciati essere dall’altro è l’obnubilamento dell’altro: “il viso dell’altro – scrive Lévinas – in quanto visitazione consiste nel disfare la forma in cui ogni ente quanto entra nell’immanenza … si è già dissimulato”.


[1] Ho affrontato questo tema in Proiezioni di senso. Sentieri fra cinema e filosofia, Effatà, Cantalupa (TO) 2003.

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