Filosofia del Cinema

Il fondo oscuro: Paranoid Park di Gus Van Sant

In filosofia del cinema on 13 settembre 2010 at 08:11

Recensire Paranoid Park di Gus van Sant non è semplice, perchè facile è il rischio di intraprendere, magari inavvertitamente, discorsi anche involontariamente edificanti sulla condizione giovanile, sull’assenza dei valori, sul relativismo. Specularmente compare un altro rischio: che, rispetto ai temi affrontati nel film, si assuma un atteggiamento che ne sottolinei la distanza rispetto alle condizioni in cui noi viviamo. In fondo, lo sappiamo, il regista (e non solo in questo film) si riferisce ad una realtà distante da noi, Portland nel lontano Oregon. Entrambe le prospettive non sembrano cogliere con sufficiente precisione un elemento nel film centrale già nel titolo. Che cosa è dunque Paranoid Park? I percorsi dell’identità, tanto più quanto essi sono inconsapevoli, passano talvolta per luoghi di cui non solo non avremmo immaginato l’esistenza, ma cui solo con molti sforzi avremmo attribuito un ruolo.

Il ruolo cui alludo è una sorta di fondo oscuro che, proprio in ragione di tale oscurità di fondo, risulta in grado di restituire una particolare immagine di sé. Per quanto deformata possa essere una tale immagine, essa non può essere elusa. Ricordate quel celebre passaggio di Paolo di Tarso “Non riesco a fare il bene che voglio, faccio il male che non voglio”?

Un tale fondo oscuro rappresenta il punto zero di tutti i possibili sviluppi.

Può succedere a volte, e succede molto più spesso di quanto non si immagini, che si avverta il bisogno di specchiarsi in un simile fondo oscuro, senza una eccessiva consapevolezza della opacità in cui si rischia di ritrovarsi. Proprio questa descrizione ci fa giungere nei pressi di Paranoid Park, il cui statuto è definito dalla parole dell’amico di Alex, il protagonista del film: “Se la tua vita fa schifo, Paranoid Park è peggio”.  Alex non riesce a sottrarsi al fascino di Paranoid Park, luogo oscuro, punto zero di tutti i possibili riferimenti.

Paranoid Park è dunque la sensazione di quello si è, nel bene e nel male ancora incerti – ma non assenti – nella rappresentazione di un adolescente. Sensazione, in tutte le declinazioni possibili del termine, implica la percezione (forse generica, forse indistinta) di una passività, di una apatia, che per quanto radicale e disimpegnata possa essere, attesta la presenza di un sentirsi, di un viversi, che, a suo modo, è già azione.

A questa dimensione liminare della coscienza si giunge soltanto quando si sia riconosciuto a Paranoid Park il ruolo che gli compete. Questo riconoscimento è difficile ed è difficile perchè ciò in cui eccelliamo mi pare consista nell’anteporre giudizi, nell’andare incontro alla realtà con una precisa idea di ciò che troveremo di fronte. Una idea così definita da essere in grado di sostituire, almeno in parte, la realtà stessa. Sotto l’azione di un tale atteggiamento pregiudiziale, Paranoid Park è un luogo della perdizione, dove stazionano derelitti e nullafacenti. Certo, la varietà delle presenze umane non può essere negata, ma essa non può costituirsi a filtro preliminare in grado di falsare la rappresentazione della specificità di quel luogo. È questo il motivo per cui riferivo della difficoltà a recensire questo film, dato che si tratta di prendere coscienza, prima di tutto, della onnipervasività di un atteggiamento che ritiene legittimo anteporre i propri giudizi rispetto all’incontro stesso con la realtà.

Il contatto con Paranoid Park rappresenta per Alex l’elemento a partire dal quale è possibile sentirsi, sentire se stessi, sentire di essere vivo, anche solo per quella minima differenza che permette l’emersione di un sussulto di vita rispetto alla soglia dell’annullamento. Il contatto con Paranoid Park rappresenta per noi anche il luogo in cui vedere riflessi i nostri fallimenti educativi, la nostra assenza o quel tipo di presenta dettata dall’ansia di anticipare non solo le scelte, ma lo stesso darsi dell’essere dell’altro.

Paranoid Park, è il luogo dove non è un peso l’assenza di peso. Il movimento oscillatorio proprio degli skateboarders diventa inavvertitamente simbolo di una esistenza in bilico. Di una esistenza che ancora non ha trovato se stessa, non tanto per una consapevole negazione del senso, quanto per un’imprescindibile rimozione dello stesso domandare. Gli esseri che popolano Paranoid Park sono dunque sospesi, oscillanti, senza gravità. Non è un caso allora se Gus Van Sant scelga spesso di ritrarre i protagonisti come silhoutte senza definizione, oscure figure all’interno di anonimi corridoi. Sebbene all’interno di una diversa cifra stilistica, è questo elemento a richiamare, a mio avviso più di altri, Last days (2005) ed Elephant (2003), i due film precedenti di Van Sant.

É una silhoutte anonima ad indicare l’anonimato dell’adolescenza di Alex. È vero che Alex sembrerà attraversare con sufficiente impassibilità il dialogo con il detective Lu, così come la prima esperienza sessuale con Jennifer, la fidanzatina. E questo farebbe pensare ad una incoscienza di fondo, ad una apatia che ha ormai colmato ogni angolo più remoto della sua anima. E pur vero però che si colgono anche altri indizi, forse flebili ma effettivi: il primo di essi è costituito dalla scena in cui Alex si lava, cerca di togliersi le macchie di sangue che ha addosso dopo l’incidente. È un atteggiamento immediato o non rappresenta forse l’emergere di una prima consapevolezza rispetto a quanto è accaduto?

Il secondo indizio è costituito dalla scelta di Alex di seguire il consiglio dell’amica Macy di raccontare in una lettera, da indirizzare forse proprio a lei, l’evento drammatico, posto all’inizio del film, cui ha assistito. Alex scrive e, scrivendo, mette a fuoco gli eventi, il suo coinvolgimento, le sue responsabilità. Non è ancora pronto a farsi carico pubblicamente degli eventi e le sue parole finiranno letteralmente in fumo, ma scrivere di ciò che è successo costituisce senz’altro il tentativo di liberazione ed attesta una prima presa di coscienza in grado di segnare l’inizio di ciò che può mutare una onnipervasiva apatia in una assunzione di responsabilità.

Nel racconto da parte di Alex degli avvenimenti vissuti, ovvero nell’intreccio tra le situazioni in cui Alex si trova implicato, il film è in grado di invertire le nostre attese ed il nostro ruolo di spettatori. Non siamo più soltanto noi a guardare e ad attribuire intenzionalmente significati a ciò che accade nello schermo, a ciò che vediamo.

Forse, seduto su una panchina in riva al mare, Alex sta scrivendo anche di noi.

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