Filosofia del Cinema

The Box di Richard Kelly. La scelta tra intenzione e conseguenze delle proprie azioni.

In filosofia del cinema on 8 settembre 2010 at 05:40

Podcast | Episodio 42

Nelle pagine finali dei Saggi di Teodicea, opera del filosofo Leibniz, pubblicata esattamente trecento anni fa, nel 1710, Leibniz immaginava il palazzo dei destini, un luogo in cui sono raffigurate tutte le possibili vicende umane passate e future, messe in ordine in modo ascendente in modo da passare dalla peggiore alla migliore configurazione del mondo. Il palazzo dei destini è anche il luogo in cui è appunto possibile rendersi conto dell’inestricabilità delle vicende umane e di come sia possibile individuare un senso per ciò che invece sembra proprio non averlo. Rendersi conto di questo non è facile. Teodoro, cui in sogno viene data la possibilità di entrare nel palazzo, infatti perderà i sensi.

Il film di Richard Kelly, nella forma di una sorta di horror fantascientifico, ci aiuta a fare i conti con l’interconnessione delle azioni umane.

Arthur e Norma sono infatti destinatari di una misteriosa scatola al cui interno c’è un pulsante rosso che, premuto, potrà dare loro una enorme ricchezza, anche se contestualmente una persona morirà. La scelta sta tutta nell’accettazione del rischio che si pensa riservato ad altri, tanto indiretto quanto debolmente percepito.

Esistono diversi modi per scegliere e per valutare le azioni: si può considerare l’intenzione che sottostà all’azione e si parla in questo caso di etica dell’intenzione. Si tratta di una distinzione che risale al sociologo tedesco Max Weber. Oppure si può scegliere dopo aver considerato le conseguenze delle proprie azioni. In quest’ultimo caso, le cose si complicano perchè bisogna fare i conti appunto con le conseguenze, a volte anche inintenzionali, delle proprie scelte. Che cosa cambia nei due approcci? A ben vedere, ciò che cambia è costituito dallo sforzo di non rinunciare ai propri principi. Nel primo caso, infatti, nell’etica dell’intenzione, i principi sono intangibili e si agisce in una sorta di ossequio formale ad essi che tracima in indifferenza rispetto al modo in cui essi sono tradotti in azione. Ciò che vale maggiormente è in questo caso la testimonianza personale. Nel secondo caso, invece, si tratta di porsi seriamente il problema dei mezzi per il cui tramite quei principi devono essere realizzati. Sono dunque importanti i principi, ma prima ancora è importante la mediazione, cioè quell’insieme di modalità che si prefiggono di realizzare più o meno quei valori.

Arthur e Norma scelgono nella convinzione che non saranno toccati direttamente dalle conseguenze della propria azione e solo alla fine del film capiranno il perverso meccanismo dentro cui si sono cacciati.

Un’ultima notazione relativa al film. In ogni racconto, anche quelli fantascientifici, c’è sempre un confine tra verosimile ed inverosimile. In sostanza, una plausibilità dovrebbe averla anche il più fantastico tra i racconti.

In questo caso, a me sembra che questo rapporto tra verosimile ed inverosimile sia stato smarrito col risultato che il film diviene progressivamente sempre meno credibile.

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