Filosofia del Cinema

About Elly di Esghar Farhadi: rappresentazione e divergenza della realtà

In filosofia del cinema on 6 settembre 2010 at 10:02

«Il mondo è la mia rappresentazione»: ecco una verità che vale in rapporto a ciascun essere vivente e conoscente, amche l’uomo soltanto è capace di accoglierla nella sua coscienza riflessa e astratta: e quando egli fa veramente questo, la mediazione filosofica è penetrata in lui. Diventa allora per lui chiaro e certo, che egli non conosce né il sole né la terra, ma sempre soltanto un occhio, che vede un sole, una mano, che sente una terra; che il mondo che lo circonda, non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre soltanto in rapporto ad un altro, a colui che lo rappresenta, il quale è lui stesso». Sono parole di Schopenhauer, mediante cui si dà conto del fatto che la realtà, ciò che pensiamo esistere indipendentemente da tutto, è il frutto della composizione delle rappresentazioni che abbiamo di essa.

Nella stragrande maggioranza dei casi, succede invece di condurre le nostre vite all’interno di una generale sintonia tra rappresentazioni e realtà. Una sintonia, simile all’appiattimento, che non consente quella problematizzazione del rapporto con la realtà, che secondo Schopenhauer, costituisce l’avvio dell’atteggiamento critico.

Che cosa accadrebbe se, all’improvviso, quella sintonia venisse meno o si tramutasse in distonia?

About Elly del regista iraniano Asghar Farhadi permette di spingersi oltre quella frontiera in cui ciò che è consueto ed abituale diventa improvvisamente estraneo ed irriconoscibile. La divergenza della realtà significa che ciò che pensavamo esistere in un certo modo si rivela essere in modo diverso. È esattamente quello che succede ai protagonisti del film in una spensierata giornata al mare quando devono fare i conti con la improvvisa scomparsa di una di loro, Elly appunto. Da quel momento si intrecciano rappresentazioni non più coincidenti di una realtà che, proprio per questo, è addirittura difficile inquadrare. Il coefficiente di realtà è stravolto, la solidità di ciò che pensavamo acquisito ed indiscutibile è ormai irrimediabilmente perso e sembra  di sprofondare nella sabbia, come nella eloquente sequenza finale. Nei momenti più angoscianti del film il regista fa un uso sapiente della camera a mano, quasi a sottolineare la mancanza di un piano stabile i visione. Anche la violenza che in alcuni momenti del film sporge sulle azioni umane, più che essere – come è stato scritto – la cifra di una condizione di inferiorità della donna nella cultura iraniana, a me sembra essere la conseguenza di un radicale disorientamento che colpisce i protagonisti che, in tal modo, e certo non in modo giustificabile, cercano di restaurare antiche sicurezze gerarchiche.

Non si può negare, anche indipendentemente dagli esiti del film, che un tale decentramento possa essere in grado di portare frutti positivi. Se un peccato d’origine ricade sull’uomo contemporaneo è forse quell’assoluto radicamento che non gli consente di immaginare altri mondi possibili. Da questo punto di vista, decentrarsi non può che avere effetti positivi. Nel XII secolo Ugo di San Vittore formulava nel modo seguente l’ideale di un uomo abituato alla differenza dei mondi: «L’ uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero».

  1. […] (titolo originale: “Le passé”), scritto e diretto da Asghar Farhadi, già regista di “About Elly” e di “Una separazione” definito uno dei film più premiati del XXI secolo, è prima di tutto […]

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