Filosofia del Cinema

Crisi di coppia e cambiamento

In filosofia del cinema on 14 luglio 2013 at 18:53

questi-sono-i-40

Debbie (Leslie Mann) e Pete (Paul Rudd), protagonisti del film di Judd Apatow “Questi sono i 40”, sono una coppia di coetanei, sposata da diversi anni, con due figlie, una splendida casa, due lavori appaganti. Il compimento dei 40 anni di entrambi è occasione per rendersi conto che la realtà è però piuttosto diversa da come gli stessi protagonisti pensavano di percepirla. I litigi quotidiani, le diverse prospettive sull’educazione delle figlie e sulle condizioni lavorative fanno prendere coscienza ai coniugi di essere in crisi. Apatow, dopo “Molto incinta”, conferma la sua predilezione per le commedie. In questo caso, il regista si addentra in un territorio niente affatto superficiale, eccedendo soltanto rispetto alla durata del film che supera le due ore. Debbie e Pete reagiscono alla crisi, ma inutilmente. All’acme della loro vita matrimoniale ogni aspetto della vita dell’altro sembra una minaccia al perseguimento dei propri interessi.  “Un battito di ciglia ed avremo novant’anni. Dobbiamo fare in modo che le cose cambino”, sostiene Debbie convincendo il marito a concedersi una breve vacanza che li aiuta a maturare un atteggiamento costruttivo, destinato tuttavia a implodere nella ritrovata quotidianità. In effetti, nelle situazioni difficili, può capitare che le buone intenzioni non bastino e che paradossalmente ogni tentativo di cambiare le cose si traduca in un avvitamento sempre peggiore. È fin troppo noto che tirarsi fuori da una palude afferrandosi i capelli possa non essere particolarmente efficace. A volte, il cambiamento si ottiene quando si è in grado di diventare agenti della imponderabilità. Una vicenda realmente accaduta, raccontata da Watzlawick (et al.) in “Change”, ci introduce in questa dimensione: “Quando Margareta Maultasch, duchessa del Tirolo, fece accerchiare nel 1334 il castello di Hochosterwiz, in Carinzia, sapeva benissimo che la fortezza, situata su una rupe fortemente scoscesa che si ergeva alta sulla valle, era inespugnabile con un assalto diretto e avrebbe ceduto soltanto dopo un lungo assedio. Giunse il giorno in cui la situazione dei difensori si fece critica: tutto ciò che restava delle loro provviste era un bue e due sacchi d’orzo. Ugualmente pressante, anche se per ragioni diverse, stava però diventando pure la situazione di Margareta: sembrava che l’assedio non dovesse finire mai; e le sue truppe cominciavano ad essere indisciplinate. A questo punto il comandante del castello decise un’azione disperata che ai suoi uomini deve essere sembrata un gesto di pura pazzia: fece macellare l’ultimo bue, con l’orzo che restava gli fece riempire la cavità addominale, e ordinò che la carcassa venisse gettata lungo i ripidi pendii della rupe in un prato antistante al campo nemico. Dopo aver ricevuto questo beffardo messaggio, la duchessa si scoraggiò e tolse l’assedio, allontanandosi con le sue truppe”.

[La recensione è stata pubblicata sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 14 Luglio 2013].

 

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